Osservavo le case cercando ossessivamente i segni della distruzione, ma tutto era troppo bello, e caloroso. Le finestre intatte, con i vetri, e dietro quei vetri la vita comoda e pacifica, in ordine: le lampadine al loro posto nei lampadari, le tendine colorate, i fiori sui davanzali… tutto questo mi sembrava orribile. Arrivata la sera la gente beveva il tè guardando la televisione, rideva alle battute idiote di qualche comico, ascoltava le canzoni pacate di cantanti conciati come alberi di Natale viventi… E intanto l’industria delle star clonava nuovi idoli, tutti volevano assomigliare ai personaggi famosi, diventare sposi eterni dell’intero Paese. I giovani facevano a gara a chi era più ignorante - perché l’ignoranza è una cosa che va sempre di moda -, gettandosi nelle discoteche a ballare in feste disperate che andavano avanti fino all’alba, sentendosi finalmente protagonisti di qualcosa. Se sei ricco puoi fare tutto, se sei bella devi sfruttare la tua bellezza per manipolare tutti: questa sembrava essere l’unica regola valida, insieme a una violenza immotivata, senza limiti, perché anche essere violenti va di moda. Il caos della guerra mi sembrava più ordinario e comprensibile della cosiddetta moralità della società pacifica. Ripensavo a tutti quelli che avevo visto morire nel nome della pace, e mi convincevo sempre più che questo tipo di pace non meritava di esistere: meglio il macello che avevo conosciuto, dove almeno sapevamo qual era la faccia del nemico e non potevamo sbagliarci, e tutto era semplice proprio come una pallottola. Invece ora ero stato restituito a una pace che mi permetteva di essere un consumatore delle bellezze dell’universo, convincendomi che erano state scelte apposta per me e anche prepagate: il cibo confezionato, il sesso interattivo, i finti orgasmi dopo i quali ti rimane addosso il disprezzo per te stesso e per il mondo.
[cut]
Quando ho visto al notiziario un servizio su un gruppo di nostri soldati morti di recente in uno scontro fra le montagne, durante un’operazione terroristica in Cecenia, senza pensarci ho afferrato un orologio da tavola e l’ho scagliato contro il televisore, spaccando lo schermo. La notizia dedicata ai nostri morti in guerra era stata montata dopo altri due servizi: uno sull’allevamento dei maiali nel sud della Russia, l’altro sulle giovani modelle che avevano vinto dei concorsi internazionali di bellezza ed erano pronte a conquistare il mondo, dando così un enorme contributo alla causa della Madre Russia. Sono rimasto seduto davanti al televisore rotto per tutta la notte, pensando a noi, che obbedienti come pecore al macello avevamo sacrificato le nostre vite in nome di un ideale di cui al resto del Paese non fregava niente. Mi sono alzato dalla poltrona quando ormai era mattino, e continuava a girarmi in testa una frase che mi aveva detto una volta un prigioniero arabo: «La nostra società non merita tutto l’impegno che noi mettiamo in questa guerra». Solo in quel momento ho capito quanto avesse ragione quello che io mi ostinavo a chiamare nemico.
Un giorno.
Ci diciamo spesso «Un giorno»
«Un giorno mi licenzierò e girerò il mondo in barca a vela»
Ci diciamo.
«Un giorno scriverò il libro che mi frulla nella testa da anni»
Ci diciamo.
Un giorno.
Che poi diventano due, tre, settimane, mesi.
Anni.
I genitori invecchiano, i figli crescono, e noi siamo ancora lì a fare il nostro compitino, a strisciare il badge la mattina, a ristrisciarlo in uscita la sera.
Schiavi.
Schiavi della società, del capo, del mutuo, della famiglia, dell’approvazione sociale.
Dei sogni degli altri.
Mentiamo a noi stessi, ché se siamo schiavi è solo della nostra paura. Paura dell’ignoto, paura dell’incertezza, paura del futuro.
Del futuro.
Com’è possibile avere paura di una cosa che non esiste?
E’ come dire che si ha paura degli asini volanti, dei vampiri, dell’ottava nota, dei mostri nell’armadio e di quelli sotto il letto. Che fan paura fino ai dieci-dodic’anni, poi cresciamo e smettiamo di temerli.
E ci ritroviamo a temere il futuro.
Manco fosse Godzilla.
Ieri pomeriggio sono andato a fare la spesa. In un ipermercato, di quelli grandi grandi, dove i prezzi sono bassi e l’anonimato regna sovrano.
In fila alla cassa avevo davanti quattro o cinque persone. Tra passeggini e carrelli la fila era comunque abbastanza lunga da obbligarci a metterci orizzontali, nelle ultime posizioni, per consentire il flusso tra gli scaffali.
Alla mia sinistra s’infila una coppia di mezza età, un solo prodotto in mano.
Si avvicina un’altra coppia, a destra, e la signora di mezza età li informa che lei e suo marito sono gli ultimi.
La guardo.
Mi guarda.
“Avete solo quello, Signora? “
“Si’”
“Prego, passi pure”
“Ma no” quasi si difende, timida “non ce n’è bisogno”
“Veramente, passi” insisto “per un pezzo solo”.
“Beh, allora grazie”
“Ci mancherebbe: per così poco”
“Non è poco, non è poco per niente!” sottolinea decisa.
Questa sua risposta mi ha fatto riflettere, mi ha rattristato: quand’è successo che un piccolo gesto di cortesia e’ diventato molto?
Quando siamo finiti così in basso?
La vita è così.
Un attimo prima sei alle stelle, vai al massimo, tutto si sta allineando secondo lo schema che avevi in mente, lo schema a cui stai lavorando da anni.
Due settimane fa era tutto perfetto.
Ora non sai che fare.
Non sai che fare della tua vita, del tuo futuro, del tuo destino.
La vita è così.
Ma mentre, impantanato nel fango, cerchi di liberarti, ti accorgi che intorno a te ci sono numerosi fiori, appena sbocciati.
Splendidi.
Ché la vita è così, ma è nei momenti bui, in cui tutto sembra andare a rotoli, che capisci cosa conta davvero, chi ti è vicino.
Chi ti vuole bene.
Che ti arriva un SMS dal tuo migliore amico in cui ti dice che spera che tutto si sistemi ma che, comunque vada, a Pavia non hai solo la tua famiglia, hai anche un fratello acquisito.
Aggiorni su facebbok il tuo stato sentimentale, che sei tornato single, ed amici lontani si attivano, ti scrivono mail, ti offrono un orecchio via Skype.
E tu leggi questi SMS, leggi quest’email e non puoi fare altro che commuoverti, che essere felice di tutto questo, perché realizzi che chi sta veramente male sono altri che son soli, emarginati, malati, non tu che hai un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici.
Amici che son poco più delle dita d’una mano, ma che sono amici veri: ti aprono il loro cuore per uno sfogo, ti offrono il loro corpo per un abbraccio, ti ascoltano e ti capiscono.
E ti vogliono bene.
E così vai avanti, che la vita è anche questo, che hai perso l’amore, ma hai tanto bene intorno.
“Chi si ferma è perduto” mi diceva spesso mio padre quand’ancora vivevo a casa dei miei.
Forse lo diceva più a sé stesso, come carica per iniziare la giornata.
A distanza di anni, guardando a quello che ho fatto ed a quel che sto per fare, credo d’aver capito cosa intendesse.
L’ho capito dopo che mi sono trasferito da Milano a Cagliari, licenziandomi da un posto a tempo indeterminato, contro il parere di tutti.
L’importante in quel momento era muoversi. Sentivo che qualcosa non andava, che la mia vita non aveva senso, che non poteva essere tutto lì, ma non sapevo ancora cos’era.
Muoversi.
Agitare la sfera di vetro, scatenando una bufera di neve sull’irreale mondo interno.
Sul tuo mondo interno.
Quel che sentivo era una sensazione d’oppressione, faticavo quasi a respirare, come se un’enorme pietra si fosse materializzata sul mio petto, impedendogli d’espandersi.
Ma non capivo cos’era.
E mai l’avrei capito se fossi rimato lì, fermo, in attesa di capire.
Che a volte non è il caso di capire, non perché non ne valga la pena, semplicemente perché non e’ quello il momento: troppo distratto dal tuo disagio, troppo concentrato su come salvarti la pelle.
La risposta è muoversi, mescolare le carte, abbandonare tutto ciò che ti dà sicurezza: il lavoro, la tua città, la tua famiglia, quella d’origine, per inseguire qualcosa che ancor non sai cos’è.
Ma sai che c’è.
Questo e’ l’importante.
Questo è quello che ti spinge a muoverti, a metterti in gioco, scoprendo così chi sei realmente; scoprendo in te risorse che non pensavi d’avere, ma che erano li’, ricoperte da un leggero strato di neve.
Aspettavano.
Aspettavano la bufera che le avrebbe scoperte, aspettavano che prendessi in mano la boccetta della tua vita e la scuotessi forte.
Muovendoti.
Erano giorni che aspettavamo questo momento, il doverci separare. Cercavamo di non pensarci, di parlarne il meno possibile, quasi a voler fermare il tempo, con la stessa logica con cui, da bambino, resistevo alla tentazione di guardar scendere la neve perché ero certo che, se l’avessi fatto, avrebbe smesso di nevicare.
Nonostante i nostri infantili stratagemmi, il tempo è passato e stamane sei partita.
Fa strano pensare ai prossimi mesi da solo, dopo che in questi sei anni ne abbiamo passate di ogni, insieme. Fa ancor più strano pensare a dove ci rincontreremo: dall’altra parte dell’Oceano, a 12.000 chilometri da qui.
Tanti giorni ci separano, tante incombenze prima di poterci nuovamente abbracciare. Tu a far da apripista nella nostra nuova vita canadese: cercar casa, aprire un conto corrente, ottenere una carta di credito, sottoscrivere un contratto di telefonia mobile; io a concludere quel che siamo stati in questi anni: impacchettare le nostre cose, disdire il contratto d’affitto, le utenze, organizzare il viaggio, cagnolona al seguito, spedirti pacchi, vendere il possibile per fare cassa, automobile compresa.
Fa strano pensare che in autunno, al massimo in inverno, sarai il mio Cicerone nella scoperta della nuova città, del nuovo modo di vivere. Che già cambiare città è molto: l’abbiam provato sulla nostra pelle spostandoci da Milano a Cagliari, ma cambiare Stato, addirittura Continente, dev’essere da perderci la testa.
Ed io non vedo l’ora di perdere la testa per la nuova lingua, i modi di dire, le nuove usanze, i costumi, la diversa mentalità.
Non vedo l’ora di perdere la testa per te, d’innamorarmi di te.
Nuovamente.
Scrivere è bellissimo.
Ti siedi lì, alla scrivania, davanti al monitor che, silenzioso, ti guarda. Non sai ancora quel che scriverai, sai solo che se ti metti lì alla scrivania ed apri un qualunque editor di testo, prima ancora che te ne accorga le tua dita son già partite: veloci sulla tastiera.
Battono.
Come il tuo cuore.
Volano leggere sui tasti le tue dita e buttano fuori emozioni, sentimenti, paure, gioie. Dolori. Amore.
Ché troppo spesso incateni l’anima sul fondo dello stomaco, per non farla parlare.
Per non sentirla parlare.
Perché le tue emozioni non escano. Perché gli altri, deridendole, non le feriscano, ferendoti.
Ma quando sei lì, davanti ad una pagina bianca, le dita se ne fregano delle tue paure, se ne fregano dei tuoi complessi, se ne fregano di quel che potrebbe succedere.
Semplicemente battono.
Scrivere è bellissimo perché non sai cos’hai scritto finché non metti l’ultimo puntino. Solo allora ti fermi e riprendi in mano il tuo pezzo e lo leggi e lo rileggi.
E ti ritrovi a ridere, a piangere, ad emozionarti, perché ti sembra di stare davanti ad uno specchio, perché stai fissando la tua anima, fin dentro quelle pieghe d’ombra che non guardi mai, che hai paura ad affrontare, ad ammettere a te stesso, e che ormai son lì: nero su bianco.
Scrivere è bellissimo perché ti permette di leggerti ed ogni parola ti butta in faccia la verità, quel che sei realmente.
Come farebbe un Amico.
Ieri sera è morto il fratello di mia mamma.
Aveva più di ottant’anni e ormai da tempo combatteva contro un tumore, subdola malattia che i vecchi delle mie parti non osano nemmeno nominare, la chiamano “al brut mal”, il male brutto.
Era uno di quegli zii che gravitano intorno alla tua vita quando sei piccolo, quando le cerimonie sono vicine, pressanti: Comunione, Cresima, l’esame di 5ta elementare; e loro, i parenti, sono giovani e usano l’auto e si muovono e ti vengono a trovare e qualunque sia la cerimonia si finisce sempre nella stessa trattoria di paese, quella coi ravioli di brasato d’asino e montagne di patatine fritte.
Quelle vere.
Passano gli anni e le occasioni di vedersi sono sempre meno, sempre più rare, ché quaranta chilometri son tanti per una persona anziana e tu hai altro per la testa che andare a trovare tuo zio.
Poi inizi a lavorare e le occasioni di vedersi diventano inesistenti.
E quando te ne vai infine a vivere a Cagliari fai fatica a vedere i tuoi una volta l’anno, figuriamoci tuo zio.
Però anche se non lo vedi per anni è sempre tuo zio e quando ti arriva la notizia della sua morte ecco, sì, un po’ ti rattristi e gli occhi ti si riempiono di lacrime.
E ripensi all’ultima volta che l’hai visto, all’ospedale, dimagrito al punto da sparire nel pigiama, lui che è sempre stato bello robusto, soprattutto di girovita. La faccia però era la sua di sempre: sorridente e rotonda.
Ricordo come fosse oggi quello che ci siamo detti dopo anni che non ci vedevamo:
“E così te ne vai in Canada?”
“Sì, zio”.
“Fai bene!”
Avete mai pensato a come, in un preciso momento della vostra vita, gli avvenimenti si dispongono secondo un perfetto allineamento e tutto sembra finalmente chiaro?
Sono sicuro che, almeno una volta nella vostra vita, l’avete provato: il giorno successivo all’esame di maturità, quelli appena precedenti la discussione della tesi, la promozione al lavoro, la promozione in quello specifico lavoro in quello specifico giorno.
Provate a pensarci: cosa vi ha portati sin lì, a fare quel lavoro, in quell’ufficio, a rispondere al capo al momento giusto e nel modo giusto, ottenendo così la promozione?
Dal giorno in cui siete venuti al mondo le variabili che sono intervenute a deviare la linea della vostra vita sono talmente tante che è impossibile fermarsi a pensarci: c’è da impazzire. Quello che conta è che tutte queste variabili, questi cambiamenti di rotta, questi aggiustamenti della velocità di crociera vi hanno portati esattamente lì: in quel preciso momento, in quel preciso lavoro, a quella precisa promozione.
Ed un attimo prima tutto sembrava un gran casino: i conti da far tornare, le ore di sonno perse per quell’ultima presentazione, lo stomaco chiuso per aver avuto il coraggio di rispondere (di rispondere giusto!) al capo. Era un gran caos di sensazioni negative, di fatiche, di stress. Poi, in un attimo, le nubi si sono aperte ed è apparso un meraviglioso raggio di sole: un momento perfetto.
A me è successo in questi giorni.
Più le scelte sono grandi, più le variabili in gioco aumentano esponenzialmente, più la tensione cresce al punto da farti credere che ti stai per spezzare. Ma, ovviamente, il raggio di sole sarà ancor più bello, d’una bellezza da toglierti il fiato.
Dopo aver passato 30 e passa anni immobilizzato tra le nebbie della Pianura Padana, coi piedi ben piantati a terra come il castagno de «Il ragazzo di campagna», ho iniziato a lavorare a Milano: avanti e indietro, avanti e indietro, a fare il pendolare sulla statale dei Giovi. Poi, dopo aver conosciuto la mia compagna, mi ci son trasferito nella grande metropoli.
Ma non l’ho mai capita.
Così ho raccolto baracca e burattini e, dopo aver lasciato due lavori (a tempo indeterminato!), ci siamo trasferiti a Cagliari. E mi son ritrovato da responsabile finanziario d’una compagnia di transhipping ad esperto informatico: consulente, scrittore di libri ed articoli IT, webmaster presso la Regione Autonoma Sardegna.
Poi abbiamo iniziato a star male a Cagliari.
Perciò ci siamo messi a guardare in giro, arrivando ad alzare lo sguardo per vedere lontano, molto lontano, fino in Canada.
Fatta la scelta abbiamo avviato la procedura per la richiesta di Permanent Residence come lavoratore altamente specializzato. E, nel preparare i documenti, vedi che i lavori svolti in Sardegna ti hanno fatto accumulare un sacco di punti agli occhi dell’immigrazione canadese; nella necessità di tradurre tutti documenti in inglese scopri che la ex-vicina di casa, divenuta col tempo una carissima amica, conosce una traduttrice che può fare il lavoro per pochi euro. E quando, nonostante il turbinio degli eventi, hai un attimo per fermarti a riflettere sulla tua vita, ti rendi conto che gl’ingranaggi hanno iniziano a girare, preparando l’allineamento perfetto.
Ti accorgi che il passaggio a Milano era un passaggio obbligato per arrivare a Cagliari. Ed arrivare a Cagliari era fondamentale per avere quelle competenze necessarie per essere un lavoratore specializzato agli occhi dell’ufficio immigrazione canadese. Ed essere andato ad abitare in quel buco di casa con le prostitute fuori dalla porta, mattina e sera, è stato essenziale per conoscere una cara amica e, quindi, arrivare alla traduttrice.
Ed a filosofeggiarci su ti vien da pensare che tutta la fatica che hai fatto, tutte le porte che hai aperto, tutte le ruote che hai fatto girare, altro non sono che il tuo Destino.
Alcuni giorni fa siamo stati a casa di amici, anzi di Amici. Nel periodico giro parenti in quel di Pavia, abbiamo ovviamente approfittato per fare il giro amici ed ex-colleghi.
E cosi’, dicevo, alcuni giorni fa siamo stati invitati a cena dal mio migliore amico e Gentile Signora. Che gia’ che nonostante le rispettive convivenza/matrimonio sia ancora il mio migliore amico e’ una gran bella cosa e, credetemi, non e’ affatto scontato: che basta che uno dei due si metta con una stronza e l’amicizia e’ bell’e incrinata.
Per fortuna non e’ il caso di Fulvio (e neanche il mio!), che ha sposato una ragazza dolcissima, premurosa, affettuosa, sempre attenta alle esigenze delle persone che ha intorno, brava a cucinare, ‘nsomma una ragazza d’oro, da sposare!
Siamo arrivati e nonostante fossero oltre 16 mesi che non ci vedevamo, siamo entrati nella loro casa e nella loro vita con una serenita’ ed una naturalezza che non capita spesso, ma che capita sempre con le persone che hai a cuore. E cosi’ siamo arrivati con le nostre quattro carabattole (che il bon ton insegna che bisogna sempre portare quattro carabattole quando t’invitano a cena) e ci siamo ritrovati immersi nella serenita’ della loro casa, nel calore della loro famiglia.
Ed e’ stato bellissimo.
Come bellissimo e’ il frutto della loro unione: un bimbo d’un anno e mezzo cui manca solo la parola! Bello, simpatico, socievole. Talmente simpatico e socievole che e’ piaciuto tantissimo anche alla mia compagna che i bambini non e’ che proprio proprio la facciano impazzire.
E mentre eravamo li’ che parlavamo ed ascoltavamo il loro parere sui figli e sull’educazione, mentre eravamo li’ che digerivamo la pantagruelica cena, ecco mentre eravamo li’ a goderci la serata assistiamo al duetto di coccole vocali madre/figlio:
“Sei bravo?” chiede la mamma ed il bimbo annuisce sorridendo.
“Sei bello?” nuovo si’ con la testa.
“Sei monello?” ed il piccolo scuote la testa deciso, con un sorriso da furbo che lo mangeresti.
“Sei speciale?” ecco, qui il mio cuore ha avuto un tuffo. Si’ perche’ “sei speciale” e’ il complimento piu’ bello che avessi mai sentito. Racchiude un amore ed un sostegno incondizionato che possono portarlo lontano, davvero lontano.
Che io quella coppia gia’ ci volevo bene, un bene dell’anima, ma adesso anche di piu’.