I social network mi seppelliranno

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Ieri pomeriggio sono andato a fare la spesa. In un ipermercato, di quelli grandi grandi, dove i prezzi sono bassi e l’anonimato regna sovrano.

In fila alla cassa avevo davanti quattro o cinque persone. Tra passeggini e carrelli la fila era comunque abbastanza lunga da obbligarci a metterci orizzontali, nelle ultime posizioni, per consentire il flusso tra gli scaffali.

Alla mia sinistra s’infila una coppia di mezza età, un solo prodotto in mano.

Si avvicina un’altra coppia, a destra, e la signora di mezza età li informa che lei e suo marito sono gli ultimi.

La guardo.

Mi guarda.

“Avete solo quello, Signora? “

“Si’”

“Prego, passi pure”

“Ma no” quasi si difende, timida “non ce n’è bisogno”

“Veramente, passi” insisto “per un pezzo solo”.

“Beh, allora grazie”

“Ci mancherebbe: per così poco”

“Non è poco, non è poco per niente!” sottolinea decisa.

Questa sua risposta mi ha fatto riflettere, mi ha rattristato: quand’è successo che un piccolo gesto di cortesia e’ diventato molto?

Quando siamo finiti così in basso?

That’s life

La vita è così.

Un attimo prima sei alle stelle, vai al massimo, tutto si sta allineando secondo lo schema che avevi in mente, lo schema a cui stai lavorando da anni.

Due settimane fa era tutto perfetto.

Ora non sai che fare.

Non sai che fare della tua vita, del tuo futuro, del tuo destino.

La vita è così.

Ma mentre, impantanato nel fango, cerchi di liberarti, ti accorgi che intorno a te ci sono numerosi fiori, appena sbocciati.

Splendidi.

Ché la vita è così, ma è nei momenti bui, in cui tutto sembra andare a rotoli, che capisci cosa conta davvero, chi ti è vicino.

Chi ti vuole bene.

Che ti arriva un SMS dal tuo migliore amico in cui ti dice che spera che tutto si sistemi ma che, comunque vada, a Pavia non hai solo la tua famiglia, hai anche un fratello acquisito.

Aggiorni su facebbok il tuo stato sentimentale, che sei tornato single, ed amici lontani si attivano, ti scrivono mail, ti offrono un orecchio via Skype.

E tu leggi questi SMS, leggi quest’email e non puoi fare altro che commuoverti, che essere felice di tutto questo, perché realizzi che chi sta veramente male sono altri che son soli, emarginati, malati, non tu che hai un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici.

Amici che son poco più delle dita d’una mano, ma che sono amici veri: ti aprono il loro cuore per uno sfogo, ti offrono il loro corpo per un abbraccio, ti ascoltano e ti capiscono.

E ti vogliono bene.

E così vai avanti, che la vita è anche questo, che hai perso l’amore, ma hai tanto bene intorno.

Bassezze umane

Alcuni giorni fa ho messo in vendita un po’ di ciarpame per l’iCoso 3G/3Gs a 15 euro ed ho subito ricevuto una telefonata e due email che mi chiedevano se vendevo il telefono, quanti mesi aveva il telefono, com’era messo il telefono.

Cioè 3 persone che, furbi furbi, hanno letto quello che volevano, ovvero che a 15 euro vendevo l’iPhone vero e proprio, non gli accessori. Già perché loro sono i più furbi e, soprattutto, “su internet si trova la roba a poco”.

Cinicamente (sì sono cinico) ho scritto e qui ribatto che certa gente, i truffatori, fan bene a fregarla: se lo meritano!

E’ la darwiniana evoluzione della specie.

Vedere (con tristezza) a che bassezze possono arrivare le persone per avere il gadget Apple del momento, per loro altrimenti inarrivabile, mi ha fatto venire in mente un episodio cui abbiamo assistito un paio d’anni fa.

Eravamo andati a Giorgino, un paese di pescatori alle porte di Cagliari, per la sagra del pesce. Festa in piazza, musica, balli, canti e, ovviamente, un assaggio del loro ottimo pesce.

Arriviamo che saran state le 19, che anche se viviamo a Cagliari le nostre pance son rimaste tarate sul fuso milanese: alle 19 noi abbiam fame! Dicevo arriviamo alle 19, un po’ presto per l’andazzo del loco, così ci facciamo un giro per le immancabili bancarelle. Caramelle, dolciumi vari, zucchero filato, il torrone di Tonara, che in quanto nordico il torrone in agosto mi fa sempre strano, ché per noi è un dolce che si vede sui tavoli a Natale.

Alle 20 torniamo in piazza e ci mettiamo in fila per l’assaggio. Una fila ordinata, lunga, tranquilla.

Lentissima.

I più organizzati si son portati il seggiolino pieghevole da pescatore e si siedono in cerchio, chiacchierando per far passare il tempo: professionisti!

Altre persone si accodano a noi, una coppia di ragazzi, una famigliola, un’altra coppia. Sei lì in fila che non sai come far passare il tempo: vien naturale guardarti in giro e fare un po’ l’orecchia pelosa, per sentire le conversazioni altrui.

Così ci capita di sentire l’ultima arrivata, un’abbondante signora di mezz’età che, staccatasi dalla famigliola, s’avvicina alla fila e chiede all’ultimo:

“Ma si paga per mangiare?”

Il signore si gira verso di lei e, gentilmente, le risponde:

“E’ ad offerta, signora”.

Ok, allora è gratis!” afferma convinta la donna, prima di sbracciandosi verso i parenti affinché la raggiungano.

Ai miei tempi

L’altro giorno sono andato al bar, a fare colazione. Che non mi capita spesso di andare al bar a fare colazione, che a me per colazione piace il caffélatte coi cerali ed al bar mica li trovo.

Sono arrivato presto, per esser domenica: saran state le otto, otto e dieci. Tant’è che il barista mi fa:

“E tu, che ci fai qui così mattutino?”

Gli ho biascicato qualcosa che non ricordo, ricordo solo di avergli detto:

“Quella pasta lì ed un caffé”.

Sì perché ero solo l’altro giorno al bar, ché la mia compagna è dall’altra parte del mondo, a 12.000 chilometri di distanza, lei che la colazione al bar le piace un sacco farla, con la pasta alla crema ed il cappuccino chiaro.

Visto che ero solo ed era Ferragosto e non ci sarebbe stato il giornale, mi son portato al bar un fumetto. Che già la parola fumetto mi fa uscire dai gangheri. E’ una via di mezzo tra un diminutivo ed un vezzeggiativo, uno di quelli scemi, che le vecchie zie affibbiano ai nipotini appena nati.

Fumetto, quasi fosse roba di poco conto.

Tra un morso alla pasta ed un sorso di caffé, mi son messo lì col mio Dampyr numero 49: “La colonna infernale”, uscito dell’aprile 2004 (che con le milleMila cose da fare son rimasto un po’ indietro). L’ho aperto e subito son stato investito dall’odore della carta stampata, dell’inchiostro, un odore che non sentivo da tempo, anche perché il mio naso funziona parecchio male. Ma l’altro giorno ha funzionato, il mio naso, e mi ha fatto sentire quest’odore che mi ha riportato alla memoria un’infinità di piacevoli ricordi legati alle parole di carta.

E mentre i ricordi si susseguivano nella mia testa come un personale film muto, ho realizzato che è un odore che andrà perduto. Che per quanto cerchi di resistere, di fare il nostalgico della carta stampata, alla fine anch’io mi dovrò arrendere agli e-reader. I numerosi traslochi degli ultimi anni ed il prossimo in programma, con un Oceano di mezzo, mi hanno fatto realizzare che quando una libreria di 300 e passa volumi può stare tranquillamente in un dispositivo da mezzo chilo, beh c’è da essere scemi a non capirne il vantaggio.

Però, a meno che i Giapponesi non tirino fuori un e-reader con diffusore di odori: inchiostro su carta, inchiostro di rotocalco, carta ammuffita per gli anni in cantina, ecco dicevo a meno che i Giapponesi non mi tirino fuori un dispositivo odoroso, dovrò abituarmi a fare a meno delle sensazioni che l’odore della carta stampata mi ha, da sempre, regalato.

Ed è un peccato.

Ciao zio Enea

Ieri sera è morto il fratello di mia mamma.

Aveva più di ottant’anni e ormai da tempo combatteva contro un tumore, subdola malattia che i vecchi delle mie parti non osano nemmeno nominare, la chiamano “al brut mal”, il male brutto. 

Era uno di quegli zii che gravitano intorno alla tua vita quando sei piccolo, quando le cerimonie sono vicine, pressanti: Comunione, Cresima, l’esame di 5ta elementare; e loro, i parenti, sono giovani e usano l’auto e si muovono e ti vengono a trovare e qualunque sia la cerimonia si finisce sempre nella stessa trattoria di paese, quella coi ravioli di brasato d’asino e montagne di patatine fritte.

Quelle vere.

Passano gli anni e le occasioni di vedersi sono sempre meno, sempre più rare, ché quaranta chilometri son tanti per una persona anziana e tu hai altro per la testa che andare a trovare tuo zio.

Poi inizi a lavorare e le occasioni di vedersi diventano inesistenti.

E quando te ne vai infine a vivere a Cagliari fai fatica a vedere i tuoi una volta l’anno, figuriamoci tuo zio. 

Però anche se non lo vedi per anni è sempre tuo zio e quando ti arriva la notizia della sua morte ecco, sì, un po’ ti rattristi e gli occhi ti si riempiono di lacrime. 

E ripensi all’ultima volta che l’hai visto, all’ospedale, dimagrito al punto da sparire nel pigiama, lui che è sempre stato bello robusto, soprattutto di girovita. La faccia però era la sua di sempre: sorridente e rotonda. 

Ricordo come fosse oggi quello che ci siamo detti dopo anni che non ci vedevamo:

“E così te ne vai in Canada?”

“Sì, zio”.

“Fai bene!”

Spaghetti Revolution

Vedo l’Italia andare allo sfascio: il mercato del lavoro è uno dei peggiori dei paesi sviluppati, il debito pubblico è in costante aumento, le morti bianche non si contano, quelle sulle strade nemmeno, le nostre donne sono carne da macello, le nuove generazioni anche.

E nessuno fa niente.

Non dico i politici, che ho smesso di sperarci ormai da tempo, dico la gente comune, le persone, gli Italiani. Fanno la rivoluzione nei bar, discutendo animatamente davanti ad una tazzina di caffé. Ma se si tratta di scendere in piazza, di alzare la voce, di far valere i propri diritti, beh: “Io ho altro da fare!”.

Che poi, diciamocelo, l’importante è che non succeda nel nostro orticello. Poco importa se il figlio della vicina viene sottopagato e tenuto a progetto ormai da anni, poco importa se l’87% delle aziende italiane fa nero, poco importa se la nostra collega non avanza in carriera perché è a “rischio” maternità.

Not in my backyard, questa è la sola cosa che conta.

L’altro ieri guardavo il TG. Letteralmente guardavo, dal momento che avevo tolto l’audio.

All’improvviso sul teleschermo hanno iniziato a scorrere le immagini d’un gruppo di facinorosi che protestava e faceva casino davanti ad un immobile.

Forse ci siamo, ho pensato. 

Forse gli extracomunitari sono infine riusciti ad insegnarci l’indignazione, la rabbia, la voglia di alzare la voce e di protestare quando le cose non vanno.

Di menare le mani se necessario.

Forse c’è ancora speranza.

Ho alzato il volume.

Erano i tifosi della Roma davanti all’hotel dell’Inter.

Viaggio nel tempo

Tutto inizia da una mail.

Che non me l’ha nemmeno mandata una persona, me l’ha mandata un bot. Un bot di quelli bravi, non di quelli che vogliono dominare il mondo e trasformare gli uomini in batterie per la loro carica. 
Forse nemmeno bravo, neutro per lo meno. 
E’ una mail in cui mi s’informa che domani, 21 marzo, primo giorno di primavera, mettere in vendita su eBay e’ gratis.

L’aspettavo da qualche settimana ‘sta mail, che’ avevo li’ un paio di cose da vendere, da alleggerirmi ulteriormente nel nostro trasloco oltreoceano.
Cosi’, letto la mail, stamane mi son seduto al tavolo, ho aperto l’editor ed ho creato un paio di pagine web, per pubblicizzare la mercanzia. 

Uno degl’item e’ un cofanetto di quattro volumi di Andrea Pazienza. Bello pesante nella sua guaina gialla. I due Zanardi, Pompeo e la Satira. 

Credo che riusciro’ a venderlo il cofanetto. 

Forse per questo ho preso in mano i quattro volumi e mi son messo a sfogliarli. Ad essere onesto, Pompeo non mi e’ mai piaciuto, forse non l’ho mai capito. 

Son passato alla satira. Tavole irriverenti sull’allora Presidente del Consiglio, l’amico alto e grosso e pelato di quello attuale. E poi tavole sul Papa: graffianti, dirette, per palati forti. Ed ancora tavole dissacranti sull’allora Presidente della Repubblica e sull’immancabile Gobbo.

Nel vedere queste tavole m’e’ venuta una tristezza infinita. 

Che la satira dovrebbe far ridere, ma vedere che, 40 anni dopo, la satira, quella satira, e’ scomparsa, defunta, censurata, ecco sono morto un po’ anch’io.

Perche’ senza la satira il Potere fa piu’ paura.

Milioni di fotogrammi di chiappe in bella mostra e di seni prossimi all’esplosione; di lustrine e paillettes; di sorrisi e laidi accordi in stanze da letto hanno sepolto la satira sotto quintali di spazzatura tossica. 

Guardi il titolo del volume: “Satira 1978–1988” ed amaramente pensi che a guardare il panorama politico italiano sembra che i 40 anni trascorsi abbian preso la direzione opposta.

E’ tempo di partire.

That’s life

Capita che, uscendo di casa, trovi un merlo morto.

O forse era un tordo, stecchito, lì nel bel mezzo del cortile.

L’ha trovato stamane la mia compagna, portando a passeggio il cane. A dire il vero l’ha trovato il cane. No, non portando a passeggio la mia compagna.

Morto stecchito. Che quando guardi un uccello morto capisci perfettamente perché si dice “stecchito”.

In pausa pranzo son tornato a casa e la carcassa era ancora lì. Ed a guardarla metteva un po’ di tristezza. No, non come quando muore uno che conosci, né tanto meno un amico. Però sì, ecco, metteva tristezza, tanta tristezza.

Non per il fatto che fosse morto, metteva tristezza ch’era lì, in mezzo al cortille, circondato dal cemento. E non è un bel posto per morire lì, circondati dal cemento. Soprattutto se sei un uccello, abituato a volare libero nel cielo.

Era proprio in mezzo al cortile. Non un po’ a destra, né un po’ a sinistra: al centro.

Solo.

Fragile monumento al calcestruzzo che avanza.

In pausa pranzo siamo usciti per andare a fare due passi sulla spiaggia, che oggi era una giornata bellissima. Siamo rientrati un’ora dopo ed era ancora lì, nella stessa identica posizione.

Così ho preso un sacchetto di plastica, sono andato in cortile, nel bel mezzo del cortile, mi son chinato e l’ho raccolto. Quando m’è capitato di dover prendere in mano un animale morto ho sempre avuto l’impressione che pesasse molto, quasi che la morte gli avesse tolto quell’energia con cui, per tutta la vita, aveva lottato contro la gravità. Così mentre mi chinavo per raccoglierlo con la mano inguainata, ecco mi aspettavo di fare fatica, di dovermi sforzare per sollevarlo. Ed invece era leggero, leggerissimo. Che a pensarci bene è anche logico: è un uccello, vola, ma liberarsi delle credenze non è facile.

Soprattutto di quelle false.

Mentre facevo questa constatazione mi sono rimesso in piedi, ho chiuso il sacchetto con un nodo e mi sono avviato verso il cassonetto dell’immondizia. Quando ci sono arrivato m’è venuta ancor di più la tristezza. Che già avere come letto di morte il ruvido cemento d’un cortile di periferia non è il massimo, ma avere come bara uno rozzo cassonetto di soffocante lamiera è anche peggio.

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