“Chi si ferma è perduto” mi diceva spesso mio padre quand’ancora vivevo a casa dei miei.
Forse lo diceva più a sé stesso, come carica per iniziare la giornata.
A distanza di anni, guardando a quello che ho fatto ed a quel che sto per fare, credo d’aver capito cosa intendesse.
L’ho capito dopo che mi sono trasferito da Milano a Cagliari, licenziandomi da un posto a tempo indeterminato, contro il parere di tutti.
L’importante in quel momento era muoversi. Sentivo che qualcosa non andava, che la mia vita non aveva senso, che non poteva essere tutto lì, ma non sapevo ancora cos’era.
Muoversi.
Agitare la sfera di vetro, scatenando una bufera di neve sull’irreale mondo interno.
Sul tuo mondo interno.
Quel che sentivo era una sensazione d’oppressione, faticavo quasi a respirare, come se un’enorme pietra si fosse materializzata sul mio petto, impedendogli d’espandersi.
Ma non capivo cos’era.
E mai l’avrei capito se fossi rimato lì, fermo, in attesa di capire.
Che a volte non è il caso di capire, non perché non ne valga la pena, semplicemente perché non e’ quello il momento: troppo distratto dal tuo disagio, troppo concentrato su come salvarti la pelle.
La risposta è muoversi, mescolare le carte, abbandonare tutto ciò che ti dà sicurezza: il lavoro, la tua città, la tua famiglia, quella d’origine, per inseguire qualcosa che ancor non sai cos’è.
Ma sai che c’è.
Questo e’ l’importante.
Questo è quello che ti spinge a muoverti, a metterti in gioco, scoprendo così chi sei realmente; scoprendo in te risorse che non pensavi d’avere, ma che erano li’, ricoperte da un leggero strato di neve.
Aspettavano.
Aspettavano la bufera che le avrebbe scoperte, aspettavano che prendessi in mano la boccetta della tua vita e la scuotessi forte.
Muovendoti.