I social network mi seppelliranno

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Chi ha paura dell’eCommerce?

Ieri sera mi ha chiamato una signorina American Express chiedendomi di verificare insieme un paio di transazioni.

Non le avevo fatte io.

Com’e’ come non e’, mi hanno prelevato quasi 250 euro :-O

Per fortuna sono state tempestivamente stornate e la carta clonata (?) e’ stata bloccata.

Mai usato la AmEx per fare acquisti online.

La mia banca e’ diversa

Che poi io sogno molto. Saranno i pensieri, saranno le preoccupazioni, sara’ la cena pesante: fatto sta che sogno spesso.

Tipo ieri sera ho sognato che gia’ vivevo all’estero ed ero andato in banca per incassare l’assegno del mio primo lavoro. Un giorno di lavoro, un assegno. Non molto economica come cosa ma tant’e’.
E poi che volete: un sogno logico?

Ecco, dicevo, sono li’ che aspetto il mio turno in questa banca pakistana: usciere pakistano, direttore pakistano, clienti di colore.
A parte il sottoscritto.
Ho il mio bel numerino in mano: 95. Mi ricordo di aver pensato: “Avrei preferito il 42”.
Brutta cosa la lettura.
Chiamano quello davanti a me: 73.
Minchia piu’ di 20 persone davanti!
Pazientiamo, li’ in piedi, in mezzo a sta sala disadorna che se fuori non ci fosse scritto stato Bank l’avrei presa per una macelleria.
Sento dei movimenti dietro di me. Giro il collo per guardarmi alle spalle. Il direttore avanza deciso parlottando all’orecchio d’un giovane africano.
Sento che gli dice: “Tranquillo, adesso faccio chiamare il tuo turno”.
E che cazzo: “l’Amico di” anche qui, dall’altra parte del mondo?
“Adesso ti chiamano, vedrai”.
“95!”
Il direttore guarda l’amico, l’amico guarda il direttore.
Io guardo il mio numerino.
“Eccomi!” esclamo a voce alta, incamminandomi soddisfatto.

Mi siedo.
Ecco gia’ che per incassare un assegno di cinquanta dollari ti fanno sedere uno si sente importante.
Anche se nel retro d’una macelleria.
Saluto l’impiegato che si presenta come “Jon Doe”.  Ma senza acca.
Che io gliel’ho anche chiesto: “L’acca prima a dopo la o”.
“Da nessuna parte: Jon senza acca”.
Mi appunto il suo nume su un foglietto volante, quindi mi metto a cercare l’assegno.
Trovo la busta del datore di lavoro, i documenti, gli adesivi dell’azienda (perche’ gli americani di marketing ne sanno, anche nei sogni!), ma niente assegno.
Panico.
Jon Doe mi guarda, tranquillo. Sicuro che qualunque cosa accada si risolvera’ per il meglio.
Non ha mai vissuto in Italia.
Continuo a cercare, spostandomi in disparte per lasciare il posto ad un altro cliente.
Finalmente la rivelazione: l’assegno e’ nel portafoglio. Il portafoglio e’ nel giaccone appeso all’entata. Faccio un gesto all’impiegato e mi alzo, procedendo spedito verso l’obiettivo.

Recuperato l’assegno torno allo sportello che e’ di nuovo il mio turno.
“L’ho trovato” gli dico sorridente.
“Perfetto!” mi risponde lui in un italiano con lieve accento bergamasco.
Lo guardo.
Mi guarda.
Sorride di nuovo: “Sono nato a Dalmine. Ci ho vissuto fino a al 2002, poi mi sono trasferito qui”.
Resto senza parole.
Vedendo il mio stupore Jon sorride nuovamente, riporta l’attenzione alle carte che ha davanti, le sigla e le mette da parte.
Apre la cassa ed inizia a contare: 20, 40, 50. Li conta, li riconta, poi me li allunga. Li prendo.
Quindi gli passo un foglietto scarabocchiato: “E’ un mio racconto” gli spiego. Gradisce e m’assicura che lo leggera’ in giornata.
Roba strana i sogni.

La scena cambia e me lo ritrovo alla vetrata dell’edificio che guarda fuori. Si gira verso di me: “A Bergamo riparavo televisori ed ora, beh: sono un socialista. Si’, le cose qui funzionano”.
A quelle parole mi alzo, gli vado incontro, l’abbraccio: ho le lacrime agli occhi.
Torna a guardare fuori:
“Piove sempre”.

Differenze

Che poi io le prostitute le capisco anche.

I genitori, la societa’, la Chiesa, i film con gli attori-belli-di-Hollywood, c’insegnano i valori: che non e’ giusto vendere il proprio corpo per denaro. E’ svilente, e’ umiliante, porta alla dannazione.

E allora cosa facciamo, belli infarciti di propaganda moralista? Studiamo. Ci diplomiamo. C’iscriviamo all’universita’. Ci laureiamo, magari con 110 e lode. Iniziamo quindi a darci da fare: uno stage o un lavoretto mal retribuito ma, che cavolo: “Un po’ di gavetta la fanno tutti” ci ripetiamo ogni sera per tenere duro. E cosi’ andiamo avanti, giorno dopo giorno, mese dopo mese. A tradurre lettere in inglese al capo, a buttare giu’ progetti che spariscono la sera prima della riunione per riapparire belli belli il giorno dopo, sul tavolo del meeting, in calce la firma del capo.

O magari finiamo a fare l’assistente del real self made man, l’imprenditorotto senza scrupoli, quello che, non potendo alzare il prezzo del suo prodotto perche’ “Prima i cinesi, poi la crisi”, ci sfrutta per poche centinaia di euro.

I nostri pensieri sfruttati.

Le nostre idee rubate.

E noi lavoriamo sodo. E pure bene, perche’ i nostri genitori c’hanno insegnato che a fare bene una cosa od a farla male ci s’impiega lo stesso tempo. E magari ci fermiamo pure una o due ore in piu’ la sera, perche’ si’, ok, gli straordinari non ce li pagano, ma vuoi mettere la soddisfazione di finire l’applicativo che sto sviluppando con le mie stesse mani?

Lo stesso applicativo che verra’ (ri)venduto ad un prezzo con tanti, tanti zeri alla fine.

Mettiamoci in proprio allora, e smettiamola di sottostare ad un superiore rozzo ed incapace.

Iniziamo a farci conoscere in giro, diamoci da fare a mostrare i nostri lavori, le nostre esperienze, le nostre capacita’. Pochi mesi sul mercato son sufficienti per farci capire che abbiamo solo cambiato pappa: prima il capo, ora i clienti.

E sono tanti i clienti.

E tutti vogliono essere coccolati, vezzeggiati, rassicurati, come massaggiare i piedi di Lele Mora.

Cos’e’ tutto questo se non prostituirsi? Dammi uno stipendio, anche misero, anche ridicolo, anche da fame ed io ti daro’ il mio tempo, la mia giovinezza, la mia creativita’ e le mie idee.

No, il mio corpo no perche’, sai com’e’, m’hanno insegnato che quello vale, vale molto e non lo posso svendere cosi’.

“E le mie idee non valgono molto? Il mio impegno non vale?” vorresti urlare al mondo. “Non dovrei avere un centesimo per ogni neurone che muore, immolato sull’altare del Dovere?”.

Per non parlare dei sorrisi di circostanza e della pazienza, tanta, nel sopportare le battute del capo che si’, saranno anche un po’ volgari, ma stava scherzando, siamo noi che abbiamo frainteso.

Ogni sorriso un pompino, ogni idea rubata un nuovo cliente, ogni ora mal pagata un’ora in piu’ sulla strada, alla merce’ di chiunque.

Ve lo chiedo per piacere, davvero, aiutatemi a capire. Perche’ io la differenza non la capisco, non riesco proprio a vederla.

L’unica differenza che vedo e’ tra settecento e diecimila euro.

Al mese.

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