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Colpa degli zingari

Io capisco amare la propria terra, ché anch’io amo la mia Pavia, però penso anche che la Terra, quella con la T maiuscola (non quella che vi ha dato i natali e vi ha cresciuto con le sue rassicuranti abitudini) è immensa: com’è possibile che non venga mai il dubbio che da qualche parte c’è un posto migliore in cui vivere?

Basta prendere il mappamondo o le mappe di Google se siete del ‘90 (che quando penso che i ragazzi del ‘90 son già maggiorenni, mannaggia-come-passa-il-tempo!), dicevo prendete un punto a caso tra il Borneo e Tokyo, tra Oslo e Rio, tra Aosta e Brindisi: possibile che non vi venga il dubbio che là fuori, da qualche parte, si possa stare meglio che lì in zona?

Che io amo la mia Pavia. Bella piatta, che ci puoi andare in giro in bici in lungo e in largo senza piantarti sulle salite tanto ostili ai miei 100 kg, bianca di nebbia e di brina, da novembre ai primi di marzo, tranquilla ed omologata nei suoi appuntamenti fissi: il sabato pomeriggio a far le vasche in centro, la domenica fuori a cena. Ferma ed immobile, che posso tornare in qualunque momento e reinserirmi nel suo tessuto sociale come nulla fosse successo.

Sempre lei, sempre io.

Pero’ non c’e’ lavoro, nella mia Pavia, non c’e’ spazio per i giovani, non c’e’ voglia di cambiare, non c’e’ imprenditorialita’, ché quella la trovi 30 km piu’ a nord.

Ed allora, pur tenendomela stretta nel cuore, mi son guardato in giro e son finito a Cagliari. E adesso che stiamo organizzando l’ennesimo trasferimento, un sacco di gente mi guarda stupita e meravigliata. Ed io glielo leggo in faccia cosa pensa: che non esiste altro posto al mondo più bello di questo. Che sì c’e’ il clientelarismo, l’arretratezza dovuta all’inerzia del fatalismo, le blatte, il caldo africano ma ci son anche delle spiagge che manco le Hawaii.

Io guardo e incasso. Che ne ho già incassati di ‘sti sguardi. Tanti. Perché ora me ne sto andando da uno dei mari più belli del mondo, ma “Chi volta el cu a Milan volta el cu al pan”.

A volte quegli sguardi mi fan fermare un attimo, a riflettere. A chiedermi se io non sia un orco dal cuore di pietra, che non s’affeziona ai luoghi; o se non starei meglio scendendo a compromessi con me stesso; o se invece son gli altri che corrono, corrono e corrono nella ruota degl’impegni, senza mai fermarsi, senza mai tendere un orecchio a quel che dice loro il cuore, perché la ruota gira e gira senza tregua.

Ogni volta che torno con la mente a questi pensieri la risposta è inevitabilmente la stessa: comunque io sia non posso che essere così, un animo gitano.

La mia terra nel cuore, in giro per la Terra.

Prospettive

Adoro la nebbia, coperta delicata che ricopre ogni cosa.

Si appoggia su campi e strade, su palazzi e persone, avvolgendole dolcemente e riparandole dallo sguardo indiscreto del mondo.

Fa parte del mio DNA, la nebbia. Chi non e’ nato in Val Padana non puo’ capire come puo’, un freddo ed umido fenomeno atmosferico, riscaldare il cuore.

Fa casa, la nebbia. Riporta alla memoria i giorni delle vacanze di Natale: niente scuola e la mamma in ferie, tutta per te. Ti svegli con calma, ti stiri la schiena, guardi fuori dalla finestra ed il muro bianco ti da l’impressione di essere l’ultimo bimbo sulla terra, solo con la sua famiglia.

Al caldo.

Fai colazione con calma, mentre tua madre affetta le cipolle per la frittura: oggi polenta. E gia’ t’immagini le finestre appannate dal vapore acqueo, i disegni col dito, i bonari rimproveri di tua madre “che restano i segni sul vetro”, fuori nebbia e freddo.

Il quadro e’ completo.

Come posso non amare la nebbia? Anche quando inizi a scorrazzare per la pianura a bordo della tua prima auto, una vecchia 127 con gli ammortizzatori sfiniti, la nebbia e’ una compagna di vaggio. In giro, senza una meta, macinando chilometri all’andatura dei pensionati su strade dritte, piatte, strette tra fossi e canali. E la nebbia che avvolge tutto, dandoti l’impressione di percorrere un tunnel bianco.

Poi, d’improvviso, un’enorme sagoma scura emerge a fatica da quel mare lattiginoso. Sai gia’ che si tratta di una delle tante cascine che punteggiano la Pianura Padana. E, mentre ti avvicini, cerchi d’immaginarti la struttura, il colore delle tegole, i dettagli. Ed ecco che, metro dopo metro, appare il perimetro d’una finestra, poi un vecchio portone di legno, una timida luce ai piani alti, forse una candela, ed infine un bastardone che sfida il freddo per difendere caparbio il territorio.

Nemmeno il tempo di mettere fuoco che la nebbia ringhiotte ogni cosa, e sei di nuovo sulla strada, solo, il pensiero fisso alla fine del viaggio: casa.

Scalda il cuore la nebbia, forse per contrasto.

E quand’ero adolescente, timido ed impacciato, la nebbia non m’ha mai tradito, mentre con le cuffiette nelle orecchie gironzolavo per le viuzze del centro.

Buio, bianco, ancora una volta solo.

I suoni attutiti, i punti di riferimento nascosti, le distanze sballate. Confonde i pensieri la nebbia, mentre cammini in un paesaggio d’oltretomba, in compagnia delle poche anime che osano sfidare il freddo, ombre scure che fluttuano lungo i muri. Spegni la musica, ascolti i passi.

Non vedi nessuno.

Sei immerso in un mare senz’acqua, i tuoi sensi fuori gioco.

E guardi il mondo da un altro punto di vista.

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