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Ciao zio Enea

Ieri sera è morto il fratello di mia mamma.

Aveva più di ottant’anni e ormai da tempo combatteva contro un tumore, subdola malattia che i vecchi delle mie parti non osano nemmeno nominare, la chiamano “al brut mal”, il male brutto. 

Era uno di quegli zii che gravitano intorno alla tua vita quando sei piccolo, quando le cerimonie sono vicine, pressanti: Comunione, Cresima, l’esame di 5ta elementare; e loro, i parenti, sono giovani e usano l’auto e si muovono e ti vengono a trovare e qualunque sia la cerimonia si finisce sempre nella stessa trattoria di paese, quella coi ravioli di brasato d’asino e montagne di patatine fritte.

Quelle vere.

Passano gli anni e le occasioni di vedersi sono sempre meno, sempre più rare, ché quaranta chilometri son tanti per una persona anziana e tu hai altro per la testa che andare a trovare tuo zio.

Poi inizi a lavorare e le occasioni di vedersi diventano inesistenti.

E quando te ne vai infine a vivere a Cagliari fai fatica a vedere i tuoi una volta l’anno, figuriamoci tuo zio. 

Però anche se non lo vedi per anni è sempre tuo zio e quando ti arriva la notizia della sua morte ecco, sì, un po’ ti rattristi e gli occhi ti si riempiono di lacrime. 

E ripensi all’ultima volta che l’hai visto, all’ospedale, dimagrito al punto da sparire nel pigiama, lui che è sempre stato bello robusto, soprattutto di girovita. La faccia però era la sua di sempre: sorridente e rotonda. 

Ricordo come fosse oggi quello che ci siamo detti dopo anni che non ci vedevamo:

“E così te ne vai in Canada?”

“Sì, zio”.

“Fai bene!”

That’s life

Capita che, uscendo di casa, trovi un merlo morto.

O forse era un tordo, stecchito, lì nel bel mezzo del cortile.

L’ha trovato stamane la mia compagna, portando a passeggio il cane. A dire il vero l’ha trovato il cane. No, non portando a passeggio la mia compagna.

Morto stecchito. Che quando guardi un uccello morto capisci perfettamente perché si dice “stecchito”.

In pausa pranzo son tornato a casa e la carcassa era ancora lì. Ed a guardarla metteva un po’ di tristezza. No, non come quando muore uno che conosci, né tanto meno un amico. Però sì, ecco, metteva tristezza, tanta tristezza.

Non per il fatto che fosse morto, metteva tristezza ch’era lì, in mezzo al cortille, circondato dal cemento. E non è un bel posto per morire lì, circondati dal cemento. Soprattutto se sei un uccello, abituato a volare libero nel cielo.

Era proprio in mezzo al cortile. Non un po’ a destra, né un po’ a sinistra: al centro.

Solo.

Fragile monumento al calcestruzzo che avanza.

In pausa pranzo siamo usciti per andare a fare due passi sulla spiaggia, che oggi era una giornata bellissima. Siamo rientrati un’ora dopo ed era ancora lì, nella stessa identica posizione.

Così ho preso un sacchetto di plastica, sono andato in cortile, nel bel mezzo del cortile, mi son chinato e l’ho raccolto. Quando m’è capitato di dover prendere in mano un animale morto ho sempre avuto l’impressione che pesasse molto, quasi che la morte gli avesse tolto quell’energia con cui, per tutta la vita, aveva lottato contro la gravità. Così mentre mi chinavo per raccoglierlo con la mano inguainata, ecco mi aspettavo di fare fatica, di dovermi sforzare per sollevarlo. Ed invece era leggero, leggerissimo. Che a pensarci bene è anche logico: è un uccello, vola, ma liberarsi delle credenze non è facile.

Soprattutto di quelle false.

Mentre facevo questa constatazione mi sono rimesso in piedi, ho chiuso il sacchetto con un nodo e mi sono avviato verso il cassonetto dell’immondizia. Quando ci sono arrivato m’è venuta ancor di più la tristezza. Che già avere come letto di morte il ruvido cemento d’un cortile di periferia non è il massimo, ma avere come bara uno rozzo cassonetto di soffocante lamiera è anche peggio.

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