La vita è così.
Un attimo prima sei alle stelle, vai al massimo, tutto si sta allineando secondo lo schema che avevi in mente, lo schema a cui stai lavorando da anni.
Due settimane fa era tutto perfetto.
Ora non sai che fare.
Non sai che fare della tua vita, del tuo futuro, del tuo destino.
La vita è così.
Ma mentre, impantanato nel fango, cerchi di liberarti, ti accorgi che intorno a te ci sono numerosi fiori, appena sbocciati.
Splendidi.
Ché la vita è così, ma è nei momenti bui, in cui tutto sembra andare a rotoli, che capisci cosa conta davvero, chi ti è vicino.
Chi ti vuole bene.
Che ti arriva un SMS dal tuo migliore amico in cui ti dice che spera che tutto si sistemi ma che, comunque vada, a Pavia non hai solo la tua famiglia, hai anche un fratello acquisito.
Aggiorni su facebbok il tuo stato sentimentale, che sei tornato single, ed amici lontani si attivano, ti scrivono mail, ti offrono un orecchio via Skype.
E tu leggi questi SMS, leggi quest’email e non puoi fare altro che commuoverti, che essere felice di tutto questo, perché realizzi che chi sta veramente male sono altri che son soli, emarginati, malati, non tu che hai un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici.
Amici che son poco più delle dita d’una mano, ma che sono amici veri: ti aprono il loro cuore per uno sfogo, ti offrono il loro corpo per un abbraccio, ti ascoltano e ti capiscono.
E ti vogliono bene.
E così vai avanti, che la vita è anche questo, che hai perso l’amore, ma hai tanto bene intorno.
Ieri sera è morto il fratello di mia mamma.
Aveva più di ottant’anni e ormai da tempo combatteva contro un tumore, subdola malattia che i vecchi delle mie parti non osano nemmeno nominare, la chiamano “al brut mal”, il male brutto.
Era uno di quegli zii che gravitano intorno alla tua vita quando sei piccolo, quando le cerimonie sono vicine, pressanti: Comunione, Cresima, l’esame di 5ta elementare; e loro, i parenti, sono giovani e usano l’auto e si muovono e ti vengono a trovare e qualunque sia la cerimonia si finisce sempre nella stessa trattoria di paese, quella coi ravioli di brasato d’asino e montagne di patatine fritte.
Quelle vere.
Passano gli anni e le occasioni di vedersi sono sempre meno, sempre più rare, ché quaranta chilometri son tanti per una persona anziana e tu hai altro per la testa che andare a trovare tuo zio.
Poi inizi a lavorare e le occasioni di vedersi diventano inesistenti.
E quando te ne vai infine a vivere a Cagliari fai fatica a vedere i tuoi una volta l’anno, figuriamoci tuo zio.
Però anche se non lo vedi per anni è sempre tuo zio e quando ti arriva la notizia della sua morte ecco, sì, un po’ ti rattristi e gli occhi ti si riempiono di lacrime.
E ripensi all’ultima volta che l’hai visto, all’ospedale, dimagrito al punto da sparire nel pigiama, lui che è sempre stato bello robusto, soprattutto di girovita. La faccia però era la sua di sempre: sorridente e rotonda.
Ricordo come fosse oggi quello che ci siamo detti dopo anni che non ci vedevamo:
“E così te ne vai in Canada?”
“Sì, zio”.
“Fai bene!”
Capita che, uscendo di casa, trovi un merlo morto.
O forse era un tordo, stecchito, lì nel bel mezzo del cortile.
L’ha trovato stamane la mia compagna, portando a passeggio il cane. A dire il vero l’ha trovato il cane. No, non portando a passeggio la mia compagna.
Morto stecchito. Che quando guardi un uccello morto capisci perfettamente perché si dice “stecchito”.
In pausa pranzo son tornato a casa e la carcassa era ancora lì. Ed a guardarla metteva un po’ di tristezza. No, non come quando muore uno che conosci, né tanto meno un amico. Però sì, ecco, metteva tristezza, tanta tristezza.
Non per il fatto che fosse morto, metteva tristezza ch’era lì, in mezzo al cortille, circondato dal cemento. E non è un bel posto per morire lì, circondati dal cemento. Soprattutto se sei un uccello, abituato a volare libero nel cielo.
Era proprio in mezzo al cortile. Non un po’ a destra, né un po’ a sinistra: al centro.
Solo.
Fragile monumento al calcestruzzo che avanza.
In pausa pranzo siamo usciti per andare a fare due passi sulla spiaggia, che oggi era una giornata bellissima. Siamo rientrati un’ora dopo ed era ancora lì, nella stessa identica posizione.
Così ho preso un sacchetto di plastica, sono andato in cortile, nel bel mezzo del cortile, mi son chinato e l’ho raccolto. Quando m’è capitato di dover prendere in mano un animale morto ho sempre avuto l’impressione che pesasse molto, quasi che la morte gli avesse tolto quell’energia con cui, per tutta la vita, aveva lottato contro la gravità. Così mentre mi chinavo per raccoglierlo con la mano inguainata, ecco mi aspettavo di fare fatica, di dovermi sforzare per sollevarlo. Ed invece era leggero, leggerissimo. Che a pensarci bene è anche logico: è un uccello, vola, ma liberarsi delle credenze non è facile.
Soprattutto di quelle false.
Mentre facevo questa constatazione mi sono rimesso in piedi, ho chiuso il sacchetto con un nodo e mi sono avviato verso il cassonetto dell’immondizia. Quando ci sono arrivato m’è venuta ancor di più la tristezza. Che già avere come letto di morte il ruvido cemento d’un cortile di periferia non è il massimo, ma avere come bara uno rozzo cassonetto di soffocante lamiera è anche peggio.
Siamo come i pianeti, ognuno di noi costretto nella sua orbita piu’ o meno regolare attorno al Sole. Attorno al suo Sole. Per alcuni la famiglia, per altri il lavoro, per altri ancora i soldi. A volte l’amore.
A volte.
E mentre ruotiamo attorno al nostro, personalissimo, Sole c’impegnamo per far funzionare le cose, arrabattandoci per far tornare i conti, per non dimenticare gli anniversari, per avanzare d’un misero gradino in carriera. Ruotando e ruotando attorno al nostro asse, giorno dopo giorno.
Ogni tanto la nostra orbita s’avvicina a quella d’un altro pianeta. Ci sfioriamo, ci guardiamo, c’influenziamo con le nostre masse inermi, col nostro bagaglio di satelliti. In alcuni momenti dell’anno le orbite son cosi’ vicine da dare l’illusione di toccarsi.
Ma e’ solo un attimo, un battito di ciglia; poi torniamo ad allontanarci, impegnati nel nostro vorticare.
Soli.
Capita a frequentare i social network. Prima o poi capita, come a frequentare cattive compagnie: succede qualcosa che non vuoi, che non ti piace.
Sei lì, bello tranquillo in ufficio che fai finta di lavorare e poi ti arriva una mail. La apri, leggi e scopri che ti hanno taggato in una foto. E allora clicchi sul link, apri faccialibro e, senza pietà, il monitor ti ributta indietro di vent’anni. Hai ancora tutti i tuoi capelli e nonostante la faccia tonda, tipica dell’adolescente carico d’ormoni, non hai neanche un filo di panzetta. Nessuna ruga d’espressione, niente. Solo la voglia di divertirti e di piantarlo nella pelle alle ragazze.
Ma quello che ti colpisce, che ti fa capire che il tempo passa non è la tua decadenza, ma quella dell’uomo. Già perchè tu sei lì, taggato nella foto, sorridente mentre t’avvinghi ad una compagna di scuola che, per essere macho, maltrattati ogni mattina. Se lì tutto sorridente e la prima cosa che noti è il tuo giovane io.
Poi allarghi lo sguardo e rivedi vecchi amici, compagni d’un tempo ormai lontano. Mai più rivisto nessuno: hanno tutti preso strade parallele.
Ma ce n’è uno che non corre, che non procede, che rimane e rimarrà per sempre giovane.
Un auto troppo veloce, un bicchiere di troppo o, molto più semplicemente, lo scherzo di un destino bastardo e dispettoso.
Ed anche lui è lì, sorridente. E te lo ricordi esattamente così, sorridente.
Lontano, come il giorno del suo funerale. Il giorno in cui hai perso un pezzo della tua innocenza: gli uomini muoiono.
Gli amici sono uomini.