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Caduta Libera - Nicola Lilin

Osservavo le case cercando ossessivamente i segni della distruzione, ma tutto era troppo bello, e caloroso. Le finestre intatte, con i vetri, e dietro quei vetri la vita comoda e pacifica, in ordine: le lampadine al loro posto nei lampadari, le tendine colorate, i fiori sui davanzali… tutto questo mi sembrava orribile. Arrivata la sera la gente beveva il tè guardando la televisione, rideva alle battute idiote di qualche comico, ascoltava le canzoni pacate di cantanti conciati come alberi di Natale viventi… E intanto l’industria delle star clonava nuovi idoli, tutti volevano assomigliare ai personaggi famosi, diventare sposi eterni dell’intero Paese. I giovani facevano a gara a chi era più ignorante - perché l’ignoranza è una cosa che va sempre di moda -, gettandosi nelle discoteche a ballare in feste disperate che andavano avanti fino all’alba, sentendosi finalmente protagonisti di qualcosa. Se sei ricco puoi fare tutto, se sei bella devi sfruttare la tua bellezza per manipolare tutti: questa sembrava essere l’unica regola valida, insieme a una violenza immotivata, senza limiti, perché anche essere violenti va di moda. Il caos della guerra mi sembrava più ordinario e comprensibile della cosiddetta moralità della società pacifica. Ripensavo a tutti quelli che avevo visto morire nel nome della pace, e mi convincevo sempre più che questo tipo di pace non meritava di esistere: meglio il macello che avevo conosciuto, dove almeno sapevamo qual era la faccia del nemico e non potevamo sbagliarci, e tutto era semplice proprio come una pallottola. Invece ora ero stato restituito a una pace che mi permetteva di essere un consumatore delle bellezze dell’universo, convincendomi che erano state scelte apposta per me e anche prepagate: il cibo confezionato, il sesso interattivo, i finti orgasmi dopo i quali ti rimane addosso il disprezzo per te stesso e per il mondo.

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Quando ho visto al notiziario un servizio su un gruppo di nostri soldati morti di recente in uno scontro fra le montagne, durante un’operazione terroristica in Cecenia, senza pensarci ho afferrato un orologio da tavola e l’ho scagliato contro il televisore, spaccando lo schermo. La notizia dedicata ai nostri morti in guerra era stata montata dopo altri due servizi: uno sull’allevamento dei maiali nel sud della Russia, l’altro sulle giovani modelle che avevano vinto dei concorsi internazionali di bellezza ed erano pronte a conquistare il mondo, dando così un enorme contributo alla causa della Madre Russia. Sono rimasto seduto davanti al televisore rotto per tutta la notte, pensando a noi, che obbedienti come pecore al macello avevamo sacrificato le nostre vite in nome di un ideale di cui al resto del Paese non fregava niente. Mi sono alzato dalla poltrona quando ormai era mattino, e continuava a girarmi in testa una frase che mi aveva detto una volta un prigioniero arabo: «La nostra società non merita tutto l’impegno che noi mettiamo in questa guerra». Solo in quel momento ho capito quanto avesse ragione quello che io mi ostinavo a chiamare nemico.

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Ai miei tempi

L’altro giorno sono andato al bar, a fare colazione. Che non mi capita spesso di andare al bar a fare colazione, che a me per colazione piace il caffélatte coi cerali ed al bar mica li trovo.

Sono arrivato presto, per esser domenica: saran state le otto, otto e dieci. Tant’è che il barista mi fa:

“E tu, che ci fai qui così mattutino?”

Gli ho biascicato qualcosa che non ricordo, ricordo solo di avergli detto:

“Quella pasta lì ed un caffé”.

Sì perché ero solo l’altro giorno al bar, ché la mia compagna è dall’altra parte del mondo, a 12.000 chilometri di distanza, lei che la colazione al bar le piace un sacco farla, con la pasta alla crema ed il cappuccino chiaro.

Visto che ero solo ed era Ferragosto e non ci sarebbe stato il giornale, mi son portato al bar un fumetto. Che già la parola fumetto mi fa uscire dai gangheri. E’ una via di mezzo tra un diminutivo ed un vezzeggiativo, uno di quelli scemi, che le vecchie zie affibbiano ai nipotini appena nati.

Fumetto, quasi fosse roba di poco conto.

Tra un morso alla pasta ed un sorso di caffé, mi son messo lì col mio Dampyr numero 49: “La colonna infernale”, uscito dell’aprile 2004 (che con le milleMila cose da fare son rimasto un po’ indietro). L’ho aperto e subito son stato investito dall’odore della carta stampata, dell’inchiostro, un odore che non sentivo da tempo, anche perché il mio naso funziona parecchio male. Ma l’altro giorno ha funzionato, il mio naso, e mi ha fatto sentire quest’odore che mi ha riportato alla memoria un’infinità di piacevoli ricordi legati alle parole di carta.

E mentre i ricordi si susseguivano nella mia testa come un personale film muto, ho realizzato che è un odore che andrà perduto. Che per quanto cerchi di resistere, di fare il nostalgico della carta stampata, alla fine anch’io mi dovrò arrendere agli e-reader. I numerosi traslochi degli ultimi anni ed il prossimo in programma, con un Oceano di mezzo, mi hanno fatto realizzare che quando una libreria di 300 e passa volumi può stare tranquillamente in un dispositivo da mezzo chilo, beh c’è da essere scemi a non capirne il vantaggio.

Però, a meno che i Giapponesi non tirino fuori un e-reader con diffusore di odori: inchiostro su carta, inchiostro di rotocalco, carta ammuffita per gli anni in cantina, ecco dicevo a meno che i Giapponesi non mi tirino fuori un dispositivo odoroso, dovrò abituarmi a fare a meno delle sensazioni che l’odore della carta stampata mi ha, da sempre, regalato.

Ed è un peccato.

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Amici silenziosi

Scrivere è bellissimo.

Ti siedi lì, alla scrivania, davanti al monitor che, silenzioso, ti guarda. Non sai ancora quel che scriverai, sai solo che se ti metti lì alla scrivania ed apri un qualunque editor di testo, prima ancora che te ne accorga le tua dita son già partite: veloci sulla tastiera.

Battono.

Come il tuo cuore.

Volano leggere sui tasti le tue dita e buttano fuori emozioni, sentimenti, paure, gioie. Dolori. Amore.

Ché troppo spesso incateni l’anima sul fondo dello stomaco, per non farla parlare.

Per non sentirla parlare.

Perché le tue emozioni non escano. Perché gli altri, deridendole, non le feriscano, ferendoti.

Ma quando sei lì, davanti ad una pagina bianca, le dita se ne fregano delle tue paure, se ne fregano dei tuoi complessi, se ne fregano di quel che potrebbe succedere.

Semplicemente battono.

Scrivere è bellissimo perché non sai cos’hai scritto finché non metti l’ultimo puntino. Solo allora ti fermi e riprendi in mano il tuo pezzo e lo leggi e lo rileggi.

E ti ritrovi a ridere, a piangere, ad emozionarti, perché ti sembra di stare davanti ad uno specchio, perché stai fissando la tua anima, fin dentro quelle pieghe d’ombra che non guardi mai, che hai paura ad affrontare, ad ammettere a te stesso, e che ormai son lì: nero su bianco. 

Scrivere è bellissimo perché ti permette di leggerti ed ogni parola ti butta in faccia la verità, quel che sei realmente.

Come farebbe un Amico.

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Down

Ecco, ci risiamo: è cominciato uno di quei periodi lì, uno di quei periodi in cui non c’ho voglia di fare niente.

Che voi direte: «E’ impossibile non fare niente» ed avete troppo ragione, perché anche lo stare coricato sul letto senza pensare a nulla è fare qualcosa.

Infatti mi pesa.

E poi niente è relativo. Per molti «niente» è tutto ciò che non è remunerativo: l’andare in spiaggia, lo stare in compagnia di amici, il leggere, l’arte. 

Lo scrivere.

In un blog.

Per mio padre «niente» è tutto ciò che non produce cose concrete. Poco importa se la Borsa genera profitti (e perdite!) che nessun’altra attività umana è in grado di realizzare, non produce nulla: né magliette, né macchinari, né cibo, né altro.

Quindi E’ niente.

Il problema del mio non aver voglia di fare niente è che quando arriva è totale.

Mi annienta.

Non ho voglia di lavorare, non ho voglia di scrivere (immaginatevi quindi lo sforzo!), non ho voglia di leggere, non ho voglia di guardare la televisione, non ho voglia di dormire, né di pensare o di sognare.

Niente.

Quando arrivano quei periodi lì, quei periodi in cui non c’ho voglia di fare niente, sparirei in un buco nero: niente luce, niente spazio, niente orologi. Starei lì, a farmi risucchiare dal buco nero.

E sia ben chiaro: è lui che m’inghiotte, io non sto facendo niente!

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Succedon cose strane

Oggi ho letto il post di un amico, un pezzo in cui ad un certo punto si sofferma a riflettere sui posti che nessuno ha mai calpestato. Luoghi che non sono necessariamente nel bel mezzo dell’Amazzonia, o sperduti da qualche parte nel deserto del Sahara, posti che sono vicini a posti frequentatissimi, che so tipo Time Square; posti che pur essendo lì, vicini a posti frequentatissimi, nessuno li ha mai calpestati. 

E’ una riflessione che a volte mi ritrovo a fare anch’io. Una riflessione che ha la sua origine in un fumetto letto parecchio tempo fa. E difatti il post dell’amico mi ha fatto fare un salto indietro di 20 anni, alla mia adolescenza, a quando la mia giovane mente, avida di paranormale, attendeva con trepidazione il giorno del mese in cui usciva in edicola Dylan Dog.

C’era un episodio dal titolo Golconda in cui si parlava proprio di quei posti lì, quelli che nessuno ha mai calpestato, che possono essere addirittura dentro casa, in un angolino dietro un armadio che né piede né scopa ha mai raggiunto o toccato. In Golconda si parlava proprio di uno di quei posti lì, che ci son due innamorati che si appartano in un bosco per coccolarsi ed inavvertitamente ne calpestano uno di quei posti lì che nessuno ha mai calpestato.

Il loro involontario gesto apre una porta dimensionale verso un universo parallelo, un inferno da cui sbucano una serie di esseri magrittiani, surreali, tra i quali un occhio gigante, un occhio gigante che, dopo aver fatto a pezzi la giovane coppia, prende il loro tandem e se ne va a spasso indisturbato per le vie di Londra.

Il ladro!