I social network mi seppelliranno

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Irrazionali paure

Un giorno.

Ci diciamo spesso «Un giorno»

«Un giorno mi licenzierò e girerò il mondo in barca a vela»

Ci diciamo.

«Un giorno scriverò il libro che mi frulla nella testa da anni»

Ci diciamo.

Un giorno.

Che poi diventano due, tre, settimane, mesi.

Anni.

I genitori invecchiano, i figli crescono, e noi siamo ancora lì a fare il nostro compitino, a strisciare il badge la mattina, a ristrisciarlo in uscita la sera.

Schiavi.

Schiavi della società, del capo, del mutuo, della famiglia, dell’approvazione sociale.

Dei sogni degli altri.

Mentiamo a noi stessi, ché se siamo schiavi è solo della nostra paura. Paura dell’ignoto, paura dell’incertezza, paura del futuro.

Del futuro.

Com’è possibile avere paura di una cosa che non esiste?

E’ come dire che si ha paura degli asini volanti, dei vampiri, dell’ottava nota, dei mostri nell’armadio e di quelli sotto il letto. Che fan paura fino ai dieci-dodic’anni, poi cresciamo e smettiamo di temerli.

E ci ritroviamo a temere il futuro.

Manco fosse Godzilla.

That’s life

La vita è così.

Un attimo prima sei alle stelle, vai al massimo, tutto si sta allineando secondo lo schema che avevi in mente, lo schema a cui stai lavorando da anni.

Due settimane fa era tutto perfetto.

Ora non sai che fare.

Non sai che fare della tua vita, del tuo futuro, del tuo destino.

La vita è così.

Ma mentre, impantanato nel fango, cerchi di liberarti, ti accorgi che intorno a te ci sono numerosi fiori, appena sbocciati.

Splendidi.

Ché la vita è così, ma è nei momenti bui, in cui tutto sembra andare a rotoli, che capisci cosa conta davvero, chi ti è vicino.

Chi ti vuole bene.

Che ti arriva un SMS dal tuo migliore amico in cui ti dice che spera che tutto si sistemi ma che, comunque vada, a Pavia non hai solo la tua famiglia, hai anche un fratello acquisito.

Aggiorni su facebbok il tuo stato sentimentale, che sei tornato single, ed amici lontani si attivano, ti scrivono mail, ti offrono un orecchio via Skype.

E tu leggi questi SMS, leggi quest’email e non puoi fare altro che commuoverti, che essere felice di tutto questo, perché realizzi che chi sta veramente male sono altri che son soli, emarginati, malati, non tu che hai un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici.

Amici che son poco più delle dita d’una mano, ma che sono amici veri: ti aprono il loro cuore per uno sfogo, ti offrono il loro corpo per un abbraccio, ti ascoltano e ti capiscono.

E ti vogliono bene.

E così vai avanti, che la vita è anche questo, che hai perso l’amore, ma hai tanto bene intorno.

Chi si ferma è perduto

Chi si ferma è perduto” mi diceva spesso mio padre quand’ancora vivevo a casa dei miei.

Forse lo diceva più a sé stesso, come carica per iniziare la giornata.

A distanza di anni, guardando a quello che ho fatto ed a quel che sto per fare, credo d’aver capito cosa intendesse.

L’ho capito dopo che mi sono trasferito da Milano a Cagliari, licenziandomi da un posto a tempo indeterminato, contro il parere di tutti.

L’importante in quel momento era muoversi. Sentivo che qualcosa non andava, che la mia vita non aveva senso, che non poteva essere tutto lì, ma non sapevo ancora cos’era.

Muoversi.

Agitare la sfera di vetro, scatenando una bufera di neve sull’irreale mondo interno.

Sul tuo mondo interno.

Quel che sentivo era una sensazione d’oppressione, faticavo quasi a respirare, come se un’enorme pietra si fosse materializzata sul mio petto, impedendogli d’espandersi.

Ma non capivo cos’era.

E mai l’avrei capito se fossi rimato lì, fermo, in attesa di capire.

Che a volte non è il caso di capire, non perché non ne valga la pena, semplicemente perché non e’ quello il momento: troppo distratto dal tuo disagio, troppo concentrato su come salvarti la pelle.

La risposta è muoversi, mescolare le carte, abbandonare tutto ciò che ti dà sicurezza: il lavoro, la tua città, la tua famiglia, quella d’origine, per inseguire qualcosa che ancor non sai cos’è.

Ma sai che c’è.

Questo e’ l’importante.

Questo è quello che ti spinge a muoverti, a metterti in gioco, scoprendo così chi sei realmente; scoprendo in te risorse che non pensavi d’avere, ma che erano li’, ricoperte da un leggero strato di neve.

Aspettavano.

Aspettavano la bufera che le avrebbe scoperte, aspettavano che prendessi in mano la boccetta della tua vita e la scuotessi forte.

Muovendoti.

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