L’altro ieri ho messo mano all’attrezzatura da diving di Paola. Causa migrazione oltreoceano siamo in fase di smantellamento: tutto ciò che ha mercato lo stiamo mettendo in vendita. A questo giro è toccato alla muta, ai calzari, all’erogatore, al GAV. E’ bastato sistemare il tutto, fare le foto, pensare al prezzo di partenza per scatenare il mio subconscio.
Già perché la notte stessa ho sognato che facevo immersioni. Ero ad Ischia, che ad Ischia ci sono stato una sola volta: nel 2005. E m’è piaciuta un sacco con le sue stradine strette che s’inerpicano ripide su per le colline, per poi ridiscendere dall’altra parte, verso il mare. Un mare che fuma per i vapori caldi che si sprigionano dalla terra. E m’è piaciuto il modo in cui gl’Ischitani dedicano amorevoli attenzioni alle loro minuscole case: i numeri civici in ceramica d’Amalfi, per esempio.
E m’è piaciuta per le terme, che se abitassi ad Ischia farei l’abbonamento pomeridiano ed ogni fine giornata ci farei un salto, per coccolarmi un po’.
Ma torniamo al mio sogno. Ero ad Ischia per fare delle immersioni, ma non ero solo: ero in compagnia di Jacque Costeau. Sì perché se uno proprio deve sognare, tanto vale farlo in grande. Prendevamo un motoscafo e me lo ricordo esattamente come lui stesso s’è più volte fatto riprendere: seduto sul bordo destro dello scafo, lo sguardo perso all’orizzonte.
Dopo un breve tratto di mare siamo arrivati in posizione. Ci siamo preparati, indossando le mute e sputando nel vetro temprato della maschera, quindi ci siamo immersi. Il mondo che mi si è parato innanzi non era un mondo sottomarino, era un mondo normale, di superficie: negozi, viuzze, andirivieni di persone indaffarate nelle compere quotidiane.
E noi a pinneggiare, silenziosi, ventre a terra, bassi tra le loro gambe.
Troppo impressionabile, io.