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That’s life

La vita è così.

Un attimo prima sei alle stelle, vai al massimo, tutto si sta allineando secondo lo schema che avevi in mente, lo schema a cui stai lavorando da anni.

Due settimane fa era tutto perfetto.

Ora non sai che fare.

Non sai che fare della tua vita, del tuo futuro, del tuo destino.

La vita è così.

Ma mentre, impantanato nel fango, cerchi di liberarti, ti accorgi che intorno a te ci sono numerosi fiori, appena sbocciati.

Splendidi.

Ché la vita è così, ma è nei momenti bui, in cui tutto sembra andare a rotoli, che capisci cosa conta davvero, chi ti è vicino.

Chi ti vuole bene.

Che ti arriva un SMS dal tuo migliore amico in cui ti dice che spera che tutto si sistemi ma che, comunque vada, a Pavia non hai solo la tua famiglia, hai anche un fratello acquisito.

Aggiorni su facebbok il tuo stato sentimentale, che sei tornato single, ed amici lontani si attivano, ti scrivono mail, ti offrono un orecchio via Skype.

E tu leggi questi SMS, leggi quest’email e non puoi fare altro che commuoverti, che essere felice di tutto questo, perché realizzi che chi sta veramente male sono altri che son soli, emarginati, malati, non tu che hai un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici.

Amici che son poco più delle dita d’una mano, ma che sono amici veri: ti aprono il loro cuore per uno sfogo, ti offrono il loro corpo per un abbraccio, ti ascoltano e ti capiscono.

E ti vogliono bene.

E così vai avanti, che la vita è anche questo, che hai perso l’amore, ma hai tanto bene intorno.

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Poison made in Italy

Viaggiare è bello.

Pericolosamente bello.

Già perché se al rientro da ogni viaggio trovi un Paese sempre più in declino, privo di speranze, di futuro; i suoi cittadini abbruttiti, depressi, rabbiosi, che fai?

Forse è per questo che gli italiani viaggiano poco e, quando lo fanno, vanno in quei paradisi surreali, in quei villaggi vacanze dove l’italianità è riprodotta alla perfezione, anche nel comportamento del cameriere che mentre serve ai tavoli sbircia le tette alle signore.

E se invece inizi a viaggiare per davvero, zaino in spalla e mente aperta, disposto a farti investire dal treno delle novità: che succede?

Cosa succede quando le comodità, quelle che per gli altri popoli sono la norma, ti entrano sotto pelle? Quando, dopo aver pagato un capo, ti accorgi che ti hanno caricato la carta di 15 sterline in eccesso, torni alla cassa e, col sorriso sulle labbra, la commessa ti riaccredita il dovuto, senza batter ciglio, senza litigare.

Cosa succede?

Cosa succede quando vieni costantemente urtato per la troppa umanità, ma tutti, giovani compresi, ti chiedono immediatamente scusa per il fastidio arrecato?

Cosa succede quando sali su un vagone del metrò, su quello d’un treno o su un aereo ed attorno trovi solo persone serene, pronte a fare un gesto di cortesia nei tuoi confronti: a prestarti il giornale per trascorrere il tempo, a darti una mano col bagaglio, a dedicare parte del loro tempo e delle loro energie a te?

Tu che sei condannato a vivere in un paese di egoisti dove “Io sono io e tu non sei un cazzo!”, dove il furbo che salta la fila viene guardato con invidia e non con indignazione, dove l’87% delle aziende fa nero: come ti senti quando rientri a casa?

Sono solo due le cose che puoi fare: puoi ingoiare o ribellarti. Ingoiare è facile: tappi il naso e mandi giù l’amaro calice, una medicina che non guarisce, avvelena. Cucchiaino dopo cucchiaino ti toglie le forze, le speranze, la gioia di vivere. Così vai avanti senza un domani, se non quello d’aprire la bocca per ingoiare nuovamente. E poi di nuovo: per pigrizia, per comodità, per abitudine.

Ingoi.

L’alternativa è più difficile: vuol dire lottare contro la corrente, contro chi, assuefatto al veleno, cerca di tirarti a fondo, aggrappandosi ai tuoi vestiti.

L’alternativa è andarsene, perché in tanti, in troppi sono ormai drogati di veleno.

Te lo sputano addosso quando ti parlano, provano a convincerti che è buono, ché non è possibile che non ti piaccia il suo sapore, te lo servono su vassoi d’argento perché sia più appetibile.

Ma resta veleno.

L’alternativa è andarsene, prima che qualcuno ti morda.

Infettandoti.

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Tutto è fatidico

Avete mai pensato a come, in un preciso momento della vostra vita, gli avvenimenti si dispongono secondo un perfetto allineamento e tutto sembra finalmente chiaro?

Sono sicuro che, almeno una volta nella vostra vita, l’avete provato: il giorno successivo all’esame di maturità, quelli appena precedenti la discussione della tesi, la promozione al lavoro, la promozione in quello specifico lavoro in quello specifico giorno.

Provate a pensarci: cosa vi ha portati sin lì, a fare quel lavoro, in quell’ufficio, a rispondere al capo al momento giusto e nel modo giusto, ottenendo così la promozione?

Dal giorno in cui siete venuti al mondo le variabili che sono intervenute a deviare la linea della vostra vita sono talmente tante che è impossibile fermarsi a pensarci: c’è da impazzire. Quello che conta è che tutte queste variabili, questi cambiamenti di rotta, questi aggiustamenti della velocità di crociera vi hanno portati esattamente lì: in quel preciso momento, in quel preciso lavoro, a quella precisa promozione.

Ed un attimo prima tutto sembrava un gran casino: i conti da far tornare, le ore di sonno perse per quell’ultima presentazione, lo stomaco chiuso per aver avuto il coraggio di rispondere (di rispondere giusto!) al capo. Era un gran caos di sensazioni negative, di fatiche, di stress. Poi, in un attimo, le nubi si sono aperte ed è apparso un meraviglioso raggio di sole: un momento perfetto.

A me è successo in questi giorni.

Più le scelte sono grandi, più le variabili in gioco aumentano esponenzialmente, più la tensione cresce al punto da farti credere che ti stai per spezzare. Ma, ovviamente, il raggio di sole sarà ancor più bello, d’una bellezza da toglierti il fiato.

Dopo aver passato 30 e passa anni immobilizzato tra le nebbie della Pianura Padana, coi piedi ben piantati a terra come il castagno de «Il ragazzo di campagna», ho iniziato a lavorare a Milano: avanti e indietro, avanti e indietro, a fare il pendolare sulla statale dei Giovi. Poi, dopo aver conosciuto la mia compagna, mi ci son trasferito nella grande metropoli.

Ma non l’ho mai capita.

Così ho raccolto baracca e burattini e, dopo aver lasciato due lavori (a tempo indeterminato!), ci siamo trasferiti a Cagliari. E mi son ritrovato da responsabile finanziario d’una compagnia di transhipping ad esperto informatico: consulente, scrittore di libri ed articoli IT, webmaster presso la Regione Autonoma Sardegna.

Poi abbiamo iniziato a star male a Cagliari.

Perciò ci siamo messi a guardare in giro, arrivando ad alzare lo sguardo per vedere lontano, molto lontano, fino in Canada.

Fatta la scelta abbiamo avviato la procedura per la richiesta di Permanent Residence come lavoratore altamente specializzato. E, nel preparare i documenti, vedi che i lavori svolti in Sardegna ti hanno fatto accumulare un sacco di punti agli occhi dell’immigrazione canadese; nella necessità di tradurre tutti documenti in inglese scopri che la ex-vicina di casa, divenuta col tempo una carissima amica, conosce una traduttrice che può fare il lavoro per pochi euro. E quando, nonostante il turbinio degli eventi, hai un attimo per fermarti a riflettere sulla tua vita, ti rendi conto che gl’ingranaggi hanno iniziano a girare, preparando l’allineamento perfetto.

Ti accorgi che il passaggio a Milano era un passaggio obbligato per arrivare a Cagliari. Ed arrivare a Cagliari era fondamentale per avere quelle competenze necessarie per essere un lavoratore specializzato agli occhi dell’ufficio immigrazione canadese. Ed essere andato ad abitare in quel buco di casa con le prostitute fuori dalla porta, mattina e sera, è stato essenziale per conoscere una cara amica e, quindi, arrivare alla traduttrice.

Ed a filosofeggiarci su ti vien da pensare che tutta la fatica che hai fatto, tutte le porte che hai aperto, tutte le ruote che hai fatto girare, altro non sono che il tuo Destino.