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Innamorarmi di te

Erano giorni che aspettavamo questo momento, il doverci separare. Cercavamo di non pensarci, di parlarne il meno possibile, quasi a voler fermare il tempo, con la stessa logica con cui, da bambino, resistevo alla tentazione di guardar scendere la neve perché ero certo che, se l’avessi fatto, avrebbe smesso di nevicare.

Nonostante i nostri infantili stratagemmi, il tempo è passato e stamane sei partita.

Fa strano pensare ai prossimi mesi da solo, dopo che in questi sei anni ne abbiamo passate di ogni, insieme. Fa ancor più strano pensare a dove ci rincontreremo: dall’altra parte dell’Oceano, a 12.000 chilometri da qui.

Tanti giorni ci separano, tante incombenze prima di poterci nuovamente abbracciare. Tu a far da apripista nella nostra nuova vita canadese: cercar casa, aprire un conto corrente, ottenere una carta di credito, sottoscrivere un contratto di telefonia mobile; io a concludere quel che siamo stati in questi anni: impacchettare le nostre cose, disdire il contratto d’affitto, le utenze, organizzare il viaggio, cagnolona al seguito, spedirti pacchi, vendere il possibile per fare cassa, automobile compresa.

Fa strano pensare che in autunno, al massimo in inverno, sarai il mio Cicerone nella scoperta della nuova città, del nuovo modo di vivere. Che già cambiare città è molto: l’abbiam provato sulla nostra pelle spostandoci da Milano a Cagliari, ma cambiare Stato, addirittura Continente, dev’essere da perderci la testa.

Ed io non vedo l’ora di perdere la testa per la nuova lingua, i modi di dire, le nuove usanze, i costumi, la diversa mentalità.

Non vedo l’ora di perdere la testa per te, d’innamorarmi di te.

Nuovamente.

Tutto è fatidico

Avete mai pensato a come, in un preciso momento della vostra vita, gli avvenimenti si dispongono secondo un perfetto allineamento e tutto sembra finalmente chiaro?

Sono sicuro che, almeno una volta nella vostra vita, l’avete provato: il giorno successivo all’esame di maturità, quelli appena precedenti la discussione della tesi, la promozione al lavoro, la promozione in quello specifico lavoro in quello specifico giorno.

Provate a pensarci: cosa vi ha portati sin lì, a fare quel lavoro, in quell’ufficio, a rispondere al capo al momento giusto e nel modo giusto, ottenendo così la promozione?

Dal giorno in cui siete venuti al mondo le variabili che sono intervenute a deviare la linea della vostra vita sono talmente tante che è impossibile fermarsi a pensarci: c’è da impazzire. Quello che conta è che tutte queste variabili, questi cambiamenti di rotta, questi aggiustamenti della velocità di crociera vi hanno portati esattamente lì: in quel preciso momento, in quel preciso lavoro, a quella precisa promozione.

Ed un attimo prima tutto sembrava un gran casino: i conti da far tornare, le ore di sonno perse per quell’ultima presentazione, lo stomaco chiuso per aver avuto il coraggio di rispondere (di rispondere giusto!) al capo. Era un gran caos di sensazioni negative, di fatiche, di stress. Poi, in un attimo, le nubi si sono aperte ed è apparso un meraviglioso raggio di sole: un momento perfetto.

A me è successo in questi giorni.

Più le scelte sono grandi, più le variabili in gioco aumentano esponenzialmente, più la tensione cresce al punto da farti credere che ti stai per spezzare. Ma, ovviamente, il raggio di sole sarà ancor più bello, d’una bellezza da toglierti il fiato.

Dopo aver passato 30 e passa anni immobilizzato tra le nebbie della Pianura Padana, coi piedi ben piantati a terra come il castagno de «Il ragazzo di campagna», ho iniziato a lavorare a Milano: avanti e indietro, avanti e indietro, a fare il pendolare sulla statale dei Giovi. Poi, dopo aver conosciuto la mia compagna, mi ci son trasferito nella grande metropoli.

Ma non l’ho mai capita.

Così ho raccolto baracca e burattini e, dopo aver lasciato due lavori (a tempo indeterminato!), ci siamo trasferiti a Cagliari. E mi son ritrovato da responsabile finanziario d’una compagnia di transhipping ad esperto informatico: consulente, scrittore di libri ed articoli IT, webmaster presso la Regione Autonoma Sardegna.

Poi abbiamo iniziato a star male a Cagliari.

Perciò ci siamo messi a guardare in giro, arrivando ad alzare lo sguardo per vedere lontano, molto lontano, fino in Canada.

Fatta la scelta abbiamo avviato la procedura per la richiesta di Permanent Residence come lavoratore altamente specializzato. E, nel preparare i documenti, vedi che i lavori svolti in Sardegna ti hanno fatto accumulare un sacco di punti agli occhi dell’immigrazione canadese; nella necessità di tradurre tutti documenti in inglese scopri che la ex-vicina di casa, divenuta col tempo una carissima amica, conosce una traduttrice che può fare il lavoro per pochi euro. E quando, nonostante il turbinio degli eventi, hai un attimo per fermarti a riflettere sulla tua vita, ti rendi conto che gl’ingranaggi hanno iniziano a girare, preparando l’allineamento perfetto.

Ti accorgi che il passaggio a Milano era un passaggio obbligato per arrivare a Cagliari. Ed arrivare a Cagliari era fondamentale per avere quelle competenze necessarie per essere un lavoratore specializzato agli occhi dell’ufficio immigrazione canadese. Ed essere andato ad abitare in quel buco di casa con le prostitute fuori dalla porta, mattina e sera, è stato essenziale per conoscere una cara amica e, quindi, arrivare alla traduttrice.

Ed a filosofeggiarci su ti vien da pensare che tutta la fatica che hai fatto, tutte le porte che hai aperto, tutte le ruote che hai fatto girare, altro non sono che il tuo Destino.

La mia banca e’ diversa

Che poi io sogno molto. Saranno i pensieri, saranno le preoccupazioni, sara’ la cena pesante: fatto sta che sogno spesso.

Tipo ieri sera ho sognato che gia’ vivevo all’estero ed ero andato in banca per incassare l’assegno del mio primo lavoro. Un giorno di lavoro, un assegno. Non molto economica come cosa ma tant’e’.
E poi che volete: un sogno logico?

Ecco, dicevo, sono li’ che aspetto il mio turno in questa banca pakistana: usciere pakistano, direttore pakistano, clienti di colore.
A parte il sottoscritto.
Ho il mio bel numerino in mano: 95. Mi ricordo di aver pensato: “Avrei preferito il 42”.
Brutta cosa la lettura.
Chiamano quello davanti a me: 73.
Minchia piu’ di 20 persone davanti!
Pazientiamo, li’ in piedi, in mezzo a sta sala disadorna che se fuori non ci fosse scritto stato Bank l’avrei presa per una macelleria.
Sento dei movimenti dietro di me. Giro il collo per guardarmi alle spalle. Il direttore avanza deciso parlottando all’orecchio d’un giovane africano.
Sento che gli dice: “Tranquillo, adesso faccio chiamare il tuo turno”.
E che cazzo: “l’Amico di” anche qui, dall’altra parte del mondo?
“Adesso ti chiamano, vedrai”.
“95!”
Il direttore guarda l’amico, l’amico guarda il direttore.
Io guardo il mio numerino.
“Eccomi!” esclamo a voce alta, incamminandomi soddisfatto.

Mi siedo.
Ecco gia’ che per incassare un assegno di cinquanta dollari ti fanno sedere uno si sente importante.
Anche se nel retro d’una macelleria.
Saluto l’impiegato che si presenta come “Jon Doe”.  Ma senza acca.
Che io gliel’ho anche chiesto: “L’acca prima a dopo la o”.
“Da nessuna parte: Jon senza acca”.
Mi appunto il suo nume su un foglietto volante, quindi mi metto a cercare l’assegno.
Trovo la busta del datore di lavoro, i documenti, gli adesivi dell’azienda (perche’ gli americani di marketing ne sanno, anche nei sogni!), ma niente assegno.
Panico.
Jon Doe mi guarda, tranquillo. Sicuro che qualunque cosa accada si risolvera’ per il meglio.
Non ha mai vissuto in Italia.
Continuo a cercare, spostandomi in disparte per lasciare il posto ad un altro cliente.
Finalmente la rivelazione: l’assegno e’ nel portafoglio. Il portafoglio e’ nel giaccone appeso all’entata. Faccio un gesto all’impiegato e mi alzo, procedendo spedito verso l’obiettivo.

Recuperato l’assegno torno allo sportello che e’ di nuovo il mio turno.
“L’ho trovato” gli dico sorridente.
“Perfetto!” mi risponde lui in un italiano con lieve accento bergamasco.
Lo guardo.
Mi guarda.
Sorride di nuovo: “Sono nato a Dalmine. Ci ho vissuto fino a al 2002, poi mi sono trasferito qui”.
Resto senza parole.
Vedendo il mio stupore Jon sorride nuovamente, riporta l’attenzione alle carte che ha davanti, le sigla e le mette da parte.
Apre la cassa ed inizia a contare: 20, 40, 50. Li conta, li riconta, poi me li allunga. Li prendo.
Quindi gli passo un foglietto scarabocchiato: “E’ un mio racconto” gli spiego. Gradisce e m’assicura che lo leggera’ in giornata.
Roba strana i sogni.

La scena cambia e me lo ritrovo alla vetrata dell’edificio che guarda fuori. Si gira verso di me: “A Bergamo riparavo televisori ed ora, beh: sono un socialista. Si’, le cose qui funzionano”.
A quelle parole mi alzo, gli vado incontro, l’abbraccio: ho le lacrime agli occhi.
Torna a guardare fuori:
“Piove sempre”.

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