Siamo in guerra
Sta notte ho sognato che ci attaccavano; sì, cioè, che eravamo in guerra.
Ero lì tranquillo che scendevo le scale del condominio dove vivono i miei e dalle finestrelle del pianerottolo del terzo piano vedo ‘sto aereo (se non ricordo male un Meridiana) che vola rasente il palazzo, da di gas, parecchio gas e s’impenna. Sale in verticale ed al tempo stesso ruota di 180° per tornare da dov’era venuto.
Sarà anche un sogno ma la cosa mi lascia perplesso. Così m’avvicino al balconcino, guardo fuori e lo vedo sparire in lontananza con una specie di salto nell’iper-spazio. Singolare per un aereo molto simile ad un B52.
Lo imito ruotando suoi miei passi e torno dai miei.
La scena cambia: sono seduto al tavolo della cucina con loro. Abbiamo appena finito il caffè e stiamo chiacchierando del più e del meno. Sentiamo dei rumori assordanti, mi alzo, vado nella mia cameretta e guardo fuori: decine di dirigibili vomitano bombe sul quartiere dove sono cresciuto, mentre dai campi circostanti avanzano decisi carri armati e fanteria.
Torno in cucina dai miei. Sono bianchi in volto ed hanno l’espressione di chi, avendo già sentito quei rumori, li riconosce.
Le gambe mi cedono, crollo sulla sedia: siamo in guerra.
Restiamo a guardarci per alcuni, interminabili istanti. Nemmeno il tempo di dire qualcosa che la porta d’ingresso viene divelta da un gruppo di commandos che mi legano su quel trabicolo di ferraglia con cui scorrazzano in giro il dr. Lecter e mi portano via.
Non sono preoccupato, non per me almeno.
Nuova scena, interno: il Quartier Generale nemico.
Siamo in una zona imprecisata del globo, secondo me la Kamchatka.
Il Quartier Generale è una via di mezzo tra il Cubo Apple di NYC e la base dell’uomo più intelligiente del mondo in Watchmen. Amministrativi e militari brulicano tra i piani. Mi sporgo dalla balaustra ed al piano di sotto vedo numerosi tavoli vuoti, al centro un Joystick a microswitch: ricorda molto quello che usavo ai tempi dell’Amiga, con i tre bottoni arancioni ed enormi.
Sono prigioniero, anche se nessuno mi degna d’uno sguardo.
Sento una porta scorrevole aprirsi alle mie spalle, mi giro e vedo uscirne il Cattivo. Statura media, nessuna cicatrice né altro segno di riconoscimento, nemmeno odio nei suoi occhi: sono prigioniero dell’Uomo Qualunque.
Un po’ umiliante.
Mi si avvicina con passo deciso e, sorridendo, m’allunga un libro. Guardo la copertina “Stato di paura” di Michael Crichton. Lo apro e prendo la penna che mi tende: vuole il mio autografo (???).
Non capisco: vuole impadronirsi delle mie doti scrittorie o delle mie abilità videoludiche?
Non m’è dato saperlo.
Stronzi vicini che fanno casino.