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Che a fermarsi un attimo a pensarci, ai soprannomi, c’è di che rifletterci.

Non dico i soprannomi-lampo, quelli che dai alla vecchia che, facendo finta di niente, ti passa davanti nella fila alla posta, che l’avvento del numerino non le ha fatto perdere le buone abitudini. Non dico i soprannomi che ti danno per un futile motivo, momentaneo e passeggero, no, intendo i soprannomi veri, quelli che ti affibbiano da bambino e che ti porti dietro per tutta la vita.

Che poi passano gli anni ed uno cambia, ma i soprannomi restano.

Che se ci pensi, ai soprannomi, soprattutto ad alcuni soprannomi, c’è da ridere.

Prendi Paolone.

Per noi è sempre stato Paolone, bello rotondo nella sua tuta “Seb” blu con le bande laterali bianche, che l’Adidas c’ha creato un impero su quel design vintage.

Paolone era Paolone da sempre, da quando, nelle vacanze estive, si giocava a calcio tutto il giorno: partitella al mattino, partitella al pomeriggio, partitella nel tardo pomeriggio, partitella dopocena.

In strada.

Arrivava col suo Garelli verde inglese, col doppio portapacchi, quello dietro di serie e quello davanti montato dal padre per infilarci il giornale, che Paolone nel portapacchi davanti, quello aggiuntivo, c’infilava il pallone. Ma mica un SuperTele od un Tango: un pallone di cuoio! Che erano in pochi gli adolescenti ad avere un pallone di cuoio e noi lo guardavamo con invidia a Paolone ed al suo pallone di cuoio.

Anche perché il possesso del pallone era tutto. Significava reclamare un rigore inesistente perché “Se non me lo date non gioco più e porto via il pallone!”.

La nostra capacità di negoziare, di flettere come giunchi al vento, tanto utile durante gli anni universitari ed ancor di più in ambito lavorativo, si è sviluppata in quei momenti, su polverosi campetti d’oratorio, combattuti tra la voglia di continuare a giocare ed il senso di giustizia che “No, non è rigore!”.

Comunque andasse, concesso o non concesso, Paolone era Paolone.

Poi siamo cresciuti e Paolone è andato militare nell’Arma. E durante il servizio militare gli hanno trovato degli scompensi nel sangue che l’hanno costretto a mangiar la verdura, che Paolone la verdura non la voleva vedere nemmeno dipinta sui muri.

Come il sottoscritto.

Volente o nolente, Paolone ha iniziato a mangiare le sue belle carotine a la julienne, i cavolfiori, gli spinaci, tutta la valle dell’orto. E nel frattempo s’è pure dato allo sport: prima la palestra, poi il ciclismo. Così s’è asciugato, ha perso un bel po’ di taglie, s’è irrobustito nei punti giusti: è diventato un bel figurino.

Ma per noi è sempre Paolone.

E quando ti fermi a pensare a ‘ste cose, a come la vita cambi rimanendo per certi aspetti ironicamente uguale, c’è di che rifletterci.

E, riflettendoci, arrivi finalmente a capire perché uno degli amici ultrasettantenni di tuo padre sia da sempre “Al Biond”.

Succedon cose strane

Oggi ho letto il post di un amico, un pezzo in cui ad un certo punto si sofferma a riflettere sui posti che nessuno ha mai calpestato. Luoghi che non sono necessariamente nel bel mezzo dell’Amazzonia, o sperduti da qualche parte nel deserto del Sahara, posti che sono vicini a posti frequentatissimi, che so tipo Time Square; posti che pur essendo lì, vicini a posti frequentatissimi, nessuno li ha mai calpestati. 

E’ una riflessione che a volte mi ritrovo a fare anch’io. Una riflessione che ha la sua origine in un fumetto letto parecchio tempo fa. E difatti il post dell’amico mi ha fatto fare un salto indietro di 20 anni, alla mia adolescenza, a quando la mia giovane mente, avida di paranormale, attendeva con trepidazione il giorno del mese in cui usciva in edicola Dylan Dog.

C’era un episodio dal titolo Golconda in cui si parlava proprio di quei posti lì, quelli che nessuno ha mai calpestato, che possono essere addirittura dentro casa, in un angolino dietro un armadio che né piede né scopa ha mai raggiunto o toccato. In Golconda si parlava proprio di uno di quei posti lì, che ci son due innamorati che si appartano in un bosco per coccolarsi ed inavvertitamente ne calpestano uno di quei posti lì che nessuno ha mai calpestato.

Il loro involontario gesto apre una porta dimensionale verso un universo parallelo, un inferno da cui sbucano una serie di esseri magrittiani, surreali, tra i quali un occhio gigante, un occhio gigante che, dopo aver fatto a pezzi la giovane coppia, prende il loro tandem e se ne va a spasso indisturbato per le vie di Londra.

Il ladro!

I want to ride my bicycle

Non sono un fan dell’auto, anzi. A volte però cedo alla pigrizia e mi ritrovo a prenderla per andare al bar dietro casa. E lì ferma, che ti guarda quasi a dirti: «Ti sei dimenticato di me? Non mi vuoi più? Cosa t’ho fatto?»

Ed allora la prendi, per farle sgranchire un po’ i cuscinetti, per toglierle quella patina di ruggine dai freni che fa tanto acne giovanile. Hai la patente in tasca, la benzina nel serbatoio, la possibilità di riscaldare l’abitacolo: perché non prenderla?

Eppure non è sempre stato così. Basta tornare indietro con la memoria, a prima dei 18 anni, a prima ancora dei 16, ché in quei due anni sotto il culo avevo fissa la sella d’un 125, dicevo torniamo indietro con la memoria, al mio primo vero mezzo di locomozione: la bicicletta. Le biciclette, perché ce ne sono state diverse nel corso degli anni.

La prima è stata una bici da bimba. Sì, da bambina perché io, secondogenito, mi prendevo quanto dismesso dalla sorellona. Era rossa, anzi color sangue di bue, le gomme bianche, le rotelle stabilizzatrici nere. E’ su quella che ho mosso le mie prime pedalate: da un muro all’altro del cortile. Che poi non era un vero cortile, era una striscia di cemento d’una decina di metri davanti ai quattro box frontali, uno dei quali nostro. Partivo dal muro più vicino all’entrata del palazzo, una ventina di pedalate ed ero in fondo. Saltavo giù dalla bici, la giravo di 180° e via, di nuovo in sella, a pedalare con foga per raggiungere il muro di fronte. Mettendoci un impegno che da adulto ti sogni, come se da quell’obiettivo dipendesse il futuro del mondo.

La seconda bicicletta, diciamo la mia prima vera bicicletta, era blu metallizzato, con la sella lunga, le manopole di gomma scadente ed i finti ammortizzatori alle forcelle. Niente cambio, niente molle sotto la sella. Rigida e pesante come poche, ma ovviamente bella, dotata di quel particolare fascino che solo le prime cose: la prima bici, la prima auto, il primo bacio. Solo una Saltafoss sarebbe riuscita a scalzarla dal mio cuore.

Forse.

E’ stata la bicicletta con cui ho scorrazzato in lungo ed in largo per il mio quartiere. Prima nelle viette attorno a casa, poi sempre più lontano, spingendomi ben oltre i limiti imposti dai miei. Ed è stata la bicicletta con cui sono andato a scuola da solo, per la prima volta, senza la supervisione di mio nonno materno, ché quello paterno se n’é andato che avevo poco più d’un anno. Ricordo che quel giorno, pedalando verso la scuola, avevo una leggerezza che neanche la pedalata volante in ET. E guardavo i palazzi che costeggiavano la strada con occhi nuovi, diversi, adulti.

Alcuni anni dopo ho ereditato la Graziella pieghevole di mia sorella: verde metallizzata, con l’adesivo brillante dei pompelmi Jaffa che l’ex-proprietaria aveva appiccicato sul canotto della sella. Una piuma rispetto alla mia prima bici, ma con un rapporto così leggero e delle ruote così piccole che ci volevano decine di pedalate per fare pochi metri.

Perfetta per impennare.

L’ho tenuta per qualche mese, finché, nonostante i lunghi mono-ruota, l’umiliazione di essere sempre ultimo nelle scorribande con gli amici m’ha spinto a chiedere ai miei una bicicletta seria.

E la bicicletta seria è arrivata, in concomitanza non ricordo bene se con la Comunione o con la Cresima. Una Bianchi da uomo, regalo del nonno. Azzurra metallizzata e col cambio a cinque rapporti.

Il CAMBIO! Non so se mi spiego.

Le avevo fatto mettere il manubrio sportivo, una sorta di manubrio da corsa ma senza le corna, in pratica una barra a T innestata nel telaio. Scomodo come pochi ché tutto il peso del corpo, che ero bello cicciottello, si scaricava sui palmi delle mani. Tempo 5’ ed avevi i muscoli delle braccia doloranti, ma vuoi mettere il figurone con gli amici? L’invidia per il tuo manubrio sportivo?

E’ durata poco la mia bici seria, sparita in un pomeriggio come tanti, per le avide mani del solito ignoto. Che poi l’ho anche rivista la mia bici, ne sono certo, cavalcata dal nipote d’un vicino di casa. Coincidenza? Non credo proprio. Ma visto che sarebbe stata la mia parola contro la sua e che per i miei il quieto vivere è la Filosofia di vita, l’ho preso in quel posto in silenzio, stoico.

O semplicemente coglione.

Fatto sta che s’è ripresentata la necessità d’una bicicletta da uomo. I soldi erano pochi, la bicicletta bella era arrivata ed era andata, dovevo arrangiarmi con quel che c’era. E quel che c’era era la vecchia bici di mio padre, di quand’era ragazzo: una normalissima bicicletta da uomo, con la vernice scrostata, i parafanghi arrugginiti, i copertoni lisci, ma, finalmente, una bici della mia stazza.

Così un pomeriggio sono andato in officina da mio padre, l’ho carteggiata tutta, ho ricoperto col nastro di carta i parafanghi, il carter, il manubrio, ho smontato la catena, quindi mio padre l’ha verniciata a spruzzo. D’un bel verdone militare ché in casa avevamo solo un blu cobalto ed un giallo acido: mischiati sarebbero stati perfetti. E difatti lo furono.

Tolto il nastro, cambiati i fili dei freni, gonfiate le gomme, ero di nuovo in sella.

Delle biciclette che ho avuto, prima e dopo, è stata quella che più m’è rimasta nel cuore. Mi ha accompagnato per tutte le scuole medie, per gran parte del liceo e per tutta l’università, fino alla laurea. Comoda dal momento che sul canotto, già di suo ammortizzato, avevamo montato una sella con doppie molle posteriori; veloce, nonostante l’assenza del cambio, grazie all’ottimo rapporto corona/pignone.

E’ stata quella che il lunedì pomeriggio dell’ultimo anno delle medie mi portava ad educazione fisica con un’ora d’anticipo: avevamo scoperto che le inferiate che conducevano alle fondamenta della scuola erano mobili. E così, insieme agli altri due amici dell’epoca, le alzavamo ed armati di torce elettriche c’infilavamo in quel buio in cerca di chissà quale tesoro, che l’unico tesoro che abbiamo mai trovato è stato lo scheletro d’una cornacchia.

Eppure ogni lunedì eravamo lì, settimana dopo settimana sempre più attrezzati: torce più potenti, filo d’Arianna per non perderci, coltellino svizzero, bombolette di vernice per lasciare il nostro marchio. Sempre in cerca di qualcosa che a ben pensarci, in fondo in fondo, era solamente il coraggio di farlo.

Dalla scoperta di quel mondo alla sua estromissione, dopo che c’han saldato le inferiate, la mia bicicletta verde marcio è sempre stata in superficie, a vigilare, pronta ad allontanarmi veloce dai pericoli.

Lavoro per lei non ce n’era solo il lunedì pomeriggio. Ogni giorno, per tutta la durata delle medie, l’uscita di scuola erano una gara di ciclismo. Ogni giorno lo stesso rituale. Usciti di scuola slegavamo i nostri destrieri ed iniziavamo a pedalare stancamente verso casa: nessuna voglia di separarci. Facevamo i primi 500 metri così, affiancati, parlottando del più e del meno. Poi, attraversata lo strada più trafficata del quartiere, partivamo decisi: una volata di sei, settecento metri fino a casa di Davide. Senza regole: gomitate, calci alle ruote, leve del freno reciprocamente tirate, colpi alla cartella. Tutto era lecito: solo vincere contava.

Non ho mai vinto.

Ma partecipavo sempre, mi divertivo un sacco.

Era la bici perfetta, soprattutto per gli incidenti simulati nelle serate estive, un modo come un altro d’ingannare il tempo. In estate, durante le vacanze estive, si stava in casa il minimo indispensabile: colazione, pranzo, cena, dormire. Il resto della giornata eravamo in giro: a pescare, in piscina, a giocare a calcio nella polvere, a tirare gavettoni alle ragazze, che più una ti piaceva e più tornava a casa grondante.

La sera, tra afa e zanzare, era impossibile stare fermi. E così s’inforcavano le bici e si pedalava: più lenti dell’afa, più veloci delle zanzare. La direzione era obbligata: dal nostro rione al paese vicino, collegati da una delle prime ciclabili della città. E quando arrivavi nel paesino, che saranno stati si e no due chilometri ma la gente ti guardava con aria torva perché eri ‘foresto’, cosa potevi fare? Non tutte le sere le tasche era piene per un gelato. E così pedalavi sino ad un piazzale, una zona scarsamente trafficata, che in quegli anni ancora ne trovavi, e fingevi l’incidente. Un groviglio di telai, di manubri, di ruote in movimento. Sei, sette, dieci bici: dipendeva dalla serata. Sotto di esse uno di noi, a lamentarsi, a gemere, a farsi sentire. In pochi minuti la strada, sino ad allora deserta, s’animava di vecchietti, pronti a prendere le parti dell’uno o dell’altro, a studiare i segni delle finte frenate, a capire la dinamica dell’incidente, a trovare a chi dare la colpa.

Le mani dietro la schiena.

Studiavamo tutto a tavolino: chi doveva stare nel groviglio, chi doveva fingere di litigare, chi doveva invece aggirarsi tra la folla, per rubare frasi, parole, versioni dei fatti. Qualche minuto e poi si riprendevano le bici, si tirava in piedi la vittima di turno e ripartivamo veloci, prima che qualcuno chiamasse i vigili rendendo la cosa seria.

Ridendo fino alle lacrime, tra una pedalata e l’altra.

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