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Metropolis

Alcuni giorni fa stavo andando in ufficio. A dire il vero stavo tornando, dopo la pausa pranzo.

Per andare in ufficio percorro a piedi un breve tratto di strada, in leggera salita: una salita che si perde a vista d’occhio verso il centro citta’.

Mentre ero li’ che arrancavo, piu’ per il mio essere fuori forma che per la pendenza della strada, ho visto arrivare in direzione opposta un autobus. E mi son ritrovato a pensare alla spesa che il Comune deve sostenere per far muovere quel bestione arancio ed all’inquinamento che il potente motore diesel genera.

A quel punto la mia mente e’ partita per la tangente ed ha ricoperto la salita di pannelli fotovoltaici, un manto di lucido nero al posto dell’opaco asfalto. Chilometri e chilometri di pannelli che generano elettricita’, sormontati da auto pubbliche e camion del Comune ed autobus e corriere, tutte alimentate dalla corrente generata dal manto stradale.

Risparmio ed ecologia al servizio delle persone.

Ben presto il sogno si e’ dissolto, riportandomi alla realta’.

Peccato, era un bel sogno.

Immergersi nei sogni

L’altro ieri ho messo mano all’attrezzatura da diving di Paola. Causa migrazione oltreoceano siamo in fase di smantellamento: tutto ciò che ha mercato lo stiamo mettendo in vendita. A questo giro è toccato alla muta, ai calzari, all’erogatore, al GAV. E’ bastato sistemare il tutto, fare le foto, pensare al prezzo di partenza per scatenare il mio subconscio.

Già perché la notte stessa ho sognato che facevo immersioni. Ero ad Ischia, che ad Ischia ci sono stato una sola volta: nel 2005. E m’è piaciuta un sacco con le sue stradine strette che s’inerpicano ripide su per le colline, per poi ridiscendere dall’altra parte, verso il mare. Un mare che fuma per i vapori caldi che si sprigionano dalla terra. E m’è piaciuto il modo in cui gl’Ischitani dedicano amorevoli attenzioni alle loro minuscole case: i numeri civici in ceramica d’Amalfi, per esempio.

E m’è piaciuta per le terme, che se abitassi ad Ischia farei l’abbonamento pomeridiano ed ogni fine giornata ci farei un salto, per coccolarmi un po’.

Ma torniamo al mio sogno. Ero ad Ischia per fare delle immersioni, ma non ero solo: ero in compagnia di Jacque Costeau. Sì perché se uno proprio deve sognare, tanto vale farlo in grande. Prendevamo un motoscafo e me lo ricordo esattamente come lui stesso s’è più volte fatto riprendere: seduto sul bordo destro dello scafo, lo sguardo perso all’orizzonte.

Dopo un breve tratto di mare siamo arrivati in posizione. Ci siamo preparati, indossando le mute e sputando nel vetro temprato della maschera, quindi ci siamo immersi. Il mondo che mi si è parato innanzi non era un mondo sottomarino, era un mondo normale, di superficie: negozi, viuzze, andirivieni di persone indaffarate nelle compere quotidiane.

E noi a pinneggiare, silenziosi, ventre a terra, bassi tra le loro gambe.

Troppo impressionabile, io.

Tutto è fatidico

Avete mai pensato a come, in un preciso momento della vostra vita, gli avvenimenti si dispongono secondo un perfetto allineamento e tutto sembra finalmente chiaro?

Sono sicuro che, almeno una volta nella vostra vita, l’avete provato: il giorno successivo all’esame di maturità, quelli appena precedenti la discussione della tesi, la promozione al lavoro, la promozione in quello specifico lavoro in quello specifico giorno.

Provate a pensarci: cosa vi ha portati sin lì, a fare quel lavoro, in quell’ufficio, a rispondere al capo al momento giusto e nel modo giusto, ottenendo così la promozione?

Dal giorno in cui siete venuti al mondo le variabili che sono intervenute a deviare la linea della vostra vita sono talmente tante che è impossibile fermarsi a pensarci: c’è da impazzire. Quello che conta è che tutte queste variabili, questi cambiamenti di rotta, questi aggiustamenti della velocità di crociera vi hanno portati esattamente lì: in quel preciso momento, in quel preciso lavoro, a quella precisa promozione.

Ed un attimo prima tutto sembrava un gran casino: i conti da far tornare, le ore di sonno perse per quell’ultima presentazione, lo stomaco chiuso per aver avuto il coraggio di rispondere (di rispondere giusto!) al capo. Era un gran caos di sensazioni negative, di fatiche, di stress. Poi, in un attimo, le nubi si sono aperte ed è apparso un meraviglioso raggio di sole: un momento perfetto.

A me è successo in questi giorni.

Più le scelte sono grandi, più le variabili in gioco aumentano esponenzialmente, più la tensione cresce al punto da farti credere che ti stai per spezzare. Ma, ovviamente, il raggio di sole sarà ancor più bello, d’una bellezza da toglierti il fiato.

Dopo aver passato 30 e passa anni immobilizzato tra le nebbie della Pianura Padana, coi piedi ben piantati a terra come il castagno de «Il ragazzo di campagna», ho iniziato a lavorare a Milano: avanti e indietro, avanti e indietro, a fare il pendolare sulla statale dei Giovi. Poi, dopo aver conosciuto la mia compagna, mi ci son trasferito nella grande metropoli.

Ma non l’ho mai capita.

Così ho raccolto baracca e burattini e, dopo aver lasciato due lavori (a tempo indeterminato!), ci siamo trasferiti a Cagliari. E mi son ritrovato da responsabile finanziario d’una compagnia di transhipping ad esperto informatico: consulente, scrittore di libri ed articoli IT, webmaster presso la Regione Autonoma Sardegna.

Poi abbiamo iniziato a star male a Cagliari.

Perciò ci siamo messi a guardare in giro, arrivando ad alzare lo sguardo per vedere lontano, molto lontano, fino in Canada.

Fatta la scelta abbiamo avviato la procedura per la richiesta di Permanent Residence come lavoratore altamente specializzato. E, nel preparare i documenti, vedi che i lavori svolti in Sardegna ti hanno fatto accumulare un sacco di punti agli occhi dell’immigrazione canadese; nella necessità di tradurre tutti documenti in inglese scopri che la ex-vicina di casa, divenuta col tempo una carissima amica, conosce una traduttrice che può fare il lavoro per pochi euro. E quando, nonostante il turbinio degli eventi, hai un attimo per fermarti a riflettere sulla tua vita, ti rendi conto che gl’ingranaggi hanno iniziano a girare, preparando l’allineamento perfetto.

Ti accorgi che il passaggio a Milano era un passaggio obbligato per arrivare a Cagliari. Ed arrivare a Cagliari era fondamentale per avere quelle competenze necessarie per essere un lavoratore specializzato agli occhi dell’ufficio immigrazione canadese. Ed essere andato ad abitare in quel buco di casa con le prostitute fuori dalla porta, mattina e sera, è stato essenziale per conoscere una cara amica e, quindi, arrivare alla traduttrice.

Ed a filosofeggiarci su ti vien da pensare che tutta la fatica che hai fatto, tutte le porte che hai aperto, tutte le ruote che hai fatto girare, altro non sono che il tuo Destino.

Notte di luna

Sta notte ho sognato che andavo in moto. A dire il vero andavamo in moto: plurale, visto che eravamo io ed un caro amico di Pavia. Ognuno con la sua moto: lui con una carenatissima giapponese, io con una KTM da autostrada. Ed effettivamente eravamo in autostrada. Di notte.

Entrambi senza luci.

Davanti a noi una Citroen 2CV, azzurra. Le stavamo a culo perché, così facendo, avevamo la strada illuminata. Che poi era una di quelle notti in cui c’è la luna piena, una di quelle notti in cui spegnendo le luci vedi comunque la strada: una lingua d’asfalto grigio chiaro che si srotola in mezzo a filari di cipressi.

Così ho preso coraggio ed ho sorpassato.

Una volta davanti alla 2CV non vedevo niente.

Mi son rilasciato superare dall’auto.

Perplesso.

Ché, stando dietro, vedevo perfettamente la strada illuminata dalla luna, anche senza luci.

Ho sorpassato nuovamente.

Di nuovo il buio. Talmente buio da non riuscire a vedere in tempo una curva a sinistra.

Insidiosa.

L’ho percorsa tutta sbattendo la spalla destra contro i cipressi: uno, due, tre, … molti.

Di nuovo rettilineo.

Di nuovo mi son fatto sorpassare.

Poi la scena è cambiata e mi son ritrovato in sella alla mia vecchia bicicletta, quella che era stata di mio padre, quella che m’ha tenuto compagnia per tutti gli anni d’università. Con il freddo e con il sole, con la pioggia e con il vento.

Ero lì, ai margini d’una risaia, una delle tante che circondano Pavia, sempre con l’amico di cui sopra. Una risaia piena d’acqua. Ma non era primavera, ch’è in privamera che s’allagano le risaie, era inverno. E l’acqua s’era ghiacciata, creando una spessa lastra azzurrina.

Ho iniziato a pedalare, guidando la bici sul ghiaccio. Avevo paura di scivolare, così cercavo di non andare troppo forte. Al tempo stesso, però, i sinistri scricchiolii del ghiaccio che si lamentava sotto il mio peso, mi costringevano a non battere la fiacca. Continuamente in bilico tra il troppo piano ed il troppo veloce.

In equilibrio.

Un equilibrio che, alla fine, non è servito: il ghiaccio s’è spezzato e son finito nell’acqua con la ruota anteriore. E con il piede destro, sceso a tenermi dritto.

Non ho sentito freddo, né umido. L’unica cosa che ho sentito è stata la liberazione per quell’ansia del troppo lento/troppo veloce. Il mio equilibrio aveva fallito, ma il fallimento non era stato così grave.

Così son tornato a piedi verso il bordo del campo, spingendo la bicicletta al mio fianco.

Ridendo sollevato.

Strani sogni

L’altro ieri ho fatto un sogno. Di quelli strani.

Non proprio un incubo, però, quasi.

Ero in cantina. Che in questa cantina, come in tutte le cantine, ci si accedeva da una scala. Nella mia posizione la scala era proprio di fronte a me, così che se qualcuno scendeva lo vedevo subito: prima i piedi, poi le gambe ed infine il mio visitatore intero.

Ai piedi delle scale si apriva quest’enorme stanza, una sorta di seminterrato col pavimento in terra battuta. Per tutto il perimetro si aprivano spazi che conducevano alle cantine vere e proprie. 

Al centro un tavolaccio da lavoro. 

E, nel mio sogno, ero effettivamente al lavoro. Stavo riparando o semplicemente pulendo un’automobilina radiocomandata. Di quelle col motore a scoppio, di quelle che filano ad oltre 80 all’ora col pistoncino in grado di raggiungere i 45.000 giri. 

Urlando.

Ecco io ero lì che lavoravo, quando vedo scendere dalle scale due ciabatte blu cobalto. Pelose sul collo del piede. Due ciabatte civettuole, da ragazzina-quasi-donna. Un altro paio di gradini ed ecco spuntare due tronchetti secchi, nervosi, da adolescente informe.

Guardo le ciabatte scendere, lentamente.

Poi sposto lo sguardo alla mia destra, nell’angolo esattamente dietro le scale. 

C’è uno dei tanti budelli che portano alle cantine. 

Questo porta ad uno spazio angusto che fa da anticamera per cinque cantine: una di fronte all’apertura, le altre quattro disposte in ordine, due a destra, due a sinistra. 

Sulle porte di legno c’è lo spazio per il nome dei proprietari. 

Leggo.

Le cinque targhe impolverate riportano la stesa dicitura: “IL MALE”. 

Tutto maiuscolo.

Su due di esse la parola è sbarrata, quasi che qualcuno, così facendo, avesse cercato di eliminarlo, IL MALE.

Le pantofole scendono.

La pesante porta, perché c’è una porta a chiudere ogni antro, inizia a ruotare sui cardini, acquistando velocità.

Da sola.

Faccio due passi in quella direzione, col cuore in gola.

La spalanco gridando qualcosa del tipo: “Non mi avrete grazie al mio Dio”.

Urlo a squarciagola e l’aria che esce dalla mia bocca è talmente rovente che vedo le porte distorte, tremolanti nell’aria calda.

Faccio un passo indietro.

Il cuore a mille.

Mi sveglio.

Strano sono per un ateo.

Big family

In una famiglia tutti collaborano per il benessere comune. Tutti condividono la conoscenza, mettendola a disposizione degli altri. Tutti tengono a freno i loro istinti primordiali, soprattutto il loro egoismo, in funzione d’un bene più grande, maggiore.

Comune.

Ed il risultato è un benessere, una serenità, una felicità che vanno ben oltre la semplice somma dei singoli, egoistici, miseri interessi. 

Se tutto questo funziona in una famiglia, se tutto questo funziona nella nostra famiglia, se tutto questo è logico e perfetto e funzionale e lo vediamo nella vita di tutti i giorni, perché dovrebbe essere diversamente in uno Stato?

Mi dicevo

Quand’ero piccolo pensavo: “Io non ce l’ho il coraggio, non ce la faccio mica a fare certe cose: ho troppa paura”. Guardavo quello che faceva certa gente e mi dicevo: “Io ho troppa paura a fare quelle cose”. E me ne stavo li’, ad invidiarli perche’ “Loro non hanno paura”.

Quei primi pensieri esistenziali son passati indenni allo scorrere del tempo. Io crescevo e continuavo a guardare con invidia alle persone-che-non-hanno-paura, le consideravo coraggiose.

E mi vedevo vigliacco e privo di coraggio “Perche’ io ho paura” mi dicevo “e l’avro’ sempre”.

Poi ho iniziato a lavorare. Pavia > Milano, Milano > Pavia. Tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi. E ci stavo male a Milano. Che provavo anche ad ascoltar la gente che mi diceva: “E’ solo questione d’abitudine”. Son passati gli anni ma io continuavo a starci male. E facevo stare male la mia compagna, che lei Milano l’adora e non e’ giusto che la facessi stare male.

Lei l’ha capito il mio stare male e quando m’ha visto li’, paralizzato dalla paura, mi ha pungolato, mi ha spinto, me l’ha fatta affrontare.

E cosi’ ci siamo trasferiti: Milano > Cagliari.

Quando lo racconto tutti mi chiedono: “Per lavoro?”. No, il lavoro l’avevamo a Milano. Entrambi. A tempo indeterminato. L’abbiamo lasciato, per seguire un sogno. Un sogno forse banale, ma bello nella sua semplicita’: cercare di stare meglio. E cosi’  ci siamo infilati in una Regione da cui tutti scappano perche’ non c’e’ il lavoro. Ed io il lavoro me lo sono procurato. Ci ho dato dentro e me lo sono guadagnato, il lavoro. E non e’ neanche un brutto lavoro, anzi.

Tuttavia continuavo a pensare: “Io c’ho troppa paura: come fa la gente a fare certe cose?”.

E intanto, andando avanti, facevo scelte che la maggior parte delle persone non fa. Me ne andavo a vivere a  centinaia di km dai miei. Con un mare a separarci. Io che coi miei ci vado d’accordo, sia chiaro, ma a Milano ci stavo male.

Troppo male.

Siamo arrivati a Cagliari e l’inizio non e’ stato facile: diversa mentalita’, diverso stile di vita. Pero’ sono andato avanti,  mi sono fatto spazio, ho sgomitato, ho ottenuto soddisfazioni. Poi la mia compagna ha iniziato a starci male a Cagliari.

Troppo male.

E cosi’ abbiam deciso di andarcene nuovamente. Questa volta lontano davvero. Non un mare a separarmi dai miei, un intero oceano. Ed anche un continente nel mezzo, come se l’acqua non bastasse. E quando fai queste scelte sei talmente addentro nella miriade di cose da fare, nelle pratiche da seguire, nella lingua da studiare, che i giorni volano. E ti ritrovi a fare cose, certe cose che non pensavi mai avresti fatto.

Ma le stai facendo.

E tu non te ne accorgi nemmeno. Sono quelli che ti stanno attorno ad accorgersene, le persone che ti vogliono bene: gli amici, i familiari, i colleghi. Ti guardano e ti dicono:

“Che coraggio che hai”.

La prima volta che senti questa frase quasi non ci fai caso, perche’ una rondine non fa primavera. Ma poi la senti di nuovo. Ed ancora.

Ed allora inizi a rifletterci su sta cosa che la gente continua a ripeterti. Anche se tu coraggioso non ti senti, perche’ hai paura.

Troppa paura.

Hai una paura fottuta di quello che t’aspetta. E sei ancora convinto che i coraggiosi non hanno paura mentre, nelle tue scelte, la  paura e’ sempre li’ a farti compagnia.

Poi, quando finalmente hai un attimo di tempo, ti fermi a guardare le cose che hai fatto, i  pilastri del ponte che stai costruendo. Ed allora  capisci che di paura continui ad averne e che continuerai ad averne e che, ciononostante, vai avanti.

D’un tratto tanti libri letti, tanti film guardati, iniziano ad avere un senso. La paura fa parte di te, non la puoi tagliar fuori. Pero’ puoi decidere di non ascoltarla, di lasciarla parlare invano.

E tu continui a sentirti pauroso, vigliacco, incosciente, anche pazzo, a volte. Tutto fuorche’ coraggioso.

Ma forse, da fuori, lo sei.

Che il Nuovo Anno

Che poi, io, sta cosa del Buon Anno fatico a capirla.

Pensiamoci bene: qual’e’ l’augurio che va per la maggiore negli ultimi giorni dell’anno? Che l’anno nuovo sia migliore di quello passato. Cosi’, a prima vista, niente di male: stiamo augurando buone cose e/o felicitazioni a familiari, amici, colleghi, conoscenti e complimenti per la trasmissione.

Pero’ se mi augurano che il Nuovo Anno sia migliore del precedente vuol dire che il 2009 e’ stato ‘na chiavica.

Vado a ritroso con la memoria a 12 mesi fa: “Che il 2009 sia migliore dell’anno appena passato!”; quindi il 2009 non e’ stato migliore del 2008. E se il 2010 non e’ stato migliore del 2009 e quest’ultimo non e’ stato migliore del 2008 ne deduco che il 2010 e’ stato molto peggio del 2008.

Eccetera eccetera eccetera sino ad arrivare all’anno della nostra nascita.

Ecco, siamo alla fine del 1973 e tutti mi blaterano frasi senza senso che, col senno di poi, riconosco come auguri per il Nuovo Anno: “Che il 1974 sia migliore dell’anno appena passato!”.

Mi state seguendo? Spero di si’ perche’, con tutta la buona volonta’ e con la mia (eccessiva) razionalita’, io stesso arranco.

Dicevo: se nel tempo gli auguri si sono susseguiti tutti uguali, ovvero augurandomi/ci che l’anno in arrivo fosse migliore del precedente, si arriva a due uniche e possibili soluzioni:

a) gli anni passati sono stati tutti uguali, cioe’ nessun Nuovo Anno e’ stato meglio del precedente ma, per lo meno, non e’ stato nemmeno peggio: la solita merda costante nel tempo, per intenderci;

b) l’Anno Nuovo e’ stato peggiore del passato che, essendo a sua volta peggiore/uguale del precedente, mi porta a realizzare che il migliore anno della mia vita e’ stato il 1973.

E se fosse davvero cosi’? Cioe’ se gli anni futuri fossero noiosamente uguali o, peggio, se gli anni migliori della nostra vita fossero gia’ belli che passati? Se, nonostante i nostri buoni propositi, i fioretti, gli sforzi, gli anni a seguire andassero deteriorandosi, sino all’ultimo dei nostri giorni?

Ammettiamolo: potrebbe anche essere.

Che la risposta definitiva sia la a) o la b), ritengo che Dania abbia ragione da vendere: “non ci resta che fottercene del tempo che passa e vivere per il solo piacere di farlo”.

E che il 2010 sia migliore dell’anno appena passato.

La mia banca e’ diversa

Che poi io sogno molto. Saranno i pensieri, saranno le preoccupazioni, sara’ la cena pesante: fatto sta che sogno spesso.

Tipo ieri sera ho sognato che gia’ vivevo all’estero ed ero andato in banca per incassare l’assegno del mio primo lavoro. Un giorno di lavoro, un assegno. Non molto economica come cosa ma tant’e’.
E poi che volete: un sogno logico?

Ecco, dicevo, sono li’ che aspetto il mio turno in questa banca pakistana: usciere pakistano, direttore pakistano, clienti di colore.
A parte il sottoscritto.
Ho il mio bel numerino in mano: 95. Mi ricordo di aver pensato: “Avrei preferito il 42”.
Brutta cosa la lettura.
Chiamano quello davanti a me: 73.
Minchia piu’ di 20 persone davanti!
Pazientiamo, li’ in piedi, in mezzo a sta sala disadorna che se fuori non ci fosse scritto stato Bank l’avrei presa per una macelleria.
Sento dei movimenti dietro di me. Giro il collo per guardarmi alle spalle. Il direttore avanza deciso parlottando all’orecchio d’un giovane africano.
Sento che gli dice: “Tranquillo, adesso faccio chiamare il tuo turno”.
E che cazzo: “l’Amico di” anche qui, dall’altra parte del mondo?
“Adesso ti chiamano, vedrai”.
“95!”
Il direttore guarda l’amico, l’amico guarda il direttore.
Io guardo il mio numerino.
“Eccomi!” esclamo a voce alta, incamminandomi soddisfatto.

Mi siedo.
Ecco gia’ che per incassare un assegno di cinquanta dollari ti fanno sedere uno si sente importante.
Anche se nel retro d’una macelleria.
Saluto l’impiegato che si presenta come “Jon Doe”.  Ma senza acca.
Che io gliel’ho anche chiesto: “L’acca prima a dopo la o”.
“Da nessuna parte: Jon senza acca”.
Mi appunto il suo nume su un foglietto volante, quindi mi metto a cercare l’assegno.
Trovo la busta del datore di lavoro, i documenti, gli adesivi dell’azienda (perche’ gli americani di marketing ne sanno, anche nei sogni!), ma niente assegno.
Panico.
Jon Doe mi guarda, tranquillo. Sicuro che qualunque cosa accada si risolvera’ per il meglio.
Non ha mai vissuto in Italia.
Continuo a cercare, spostandomi in disparte per lasciare il posto ad un altro cliente.
Finalmente la rivelazione: l’assegno e’ nel portafoglio. Il portafoglio e’ nel giaccone appeso all’entata. Faccio un gesto all’impiegato e mi alzo, procedendo spedito verso l’obiettivo.

Recuperato l’assegno torno allo sportello che e’ di nuovo il mio turno.
“L’ho trovato” gli dico sorridente.
“Perfetto!” mi risponde lui in un italiano con lieve accento bergamasco.
Lo guardo.
Mi guarda.
Sorride di nuovo: “Sono nato a Dalmine. Ci ho vissuto fino a al 2002, poi mi sono trasferito qui”.
Resto senza parole.
Vedendo il mio stupore Jon sorride nuovamente, riporta l’attenzione alle carte che ha davanti, le sigla e le mette da parte.
Apre la cassa ed inizia a contare: 20, 40, 50. Li conta, li riconta, poi me li allunga. Li prendo.
Quindi gli passo un foglietto scarabocchiato: “E’ un mio racconto” gli spiego. Gradisce e m’assicura che lo leggera’ in giornata.
Roba strana i sogni.

La scena cambia e me lo ritrovo alla vetrata dell’edificio che guarda fuori. Si gira verso di me: “A Bergamo riparavo televisori ed ora, beh: sono un socialista. Si’, le cose qui funzionano”.
A quelle parole mi alzo, gli vado incontro, l’abbraccio: ho le lacrime agli occhi.
Torna a guardare fuori:
“Piove sempre”.

Siamo in guerra

Sta notte ho sognato che ci attaccavano; sì, cioè, che eravamo in guerra.

Ero lì tranquillo che scendevo le scale del condominio dove vivono i miei e dalle finestrelle del pianerottolo del terzo piano vedo ‘sto aereo (se non ricordo male un Meridiana) che vola rasente il palazzo, da di gas, parecchio gas e s’impenna. Sale in verticale ed al tempo stesso ruota di 180° per tornare da dov’era venuto.

Sarà anche un sogno ma la cosa mi lascia perplesso. Così m’avvicino al balconcino, guardo fuori e lo vedo sparire in lontananza con una specie di salto nell’iper-spazio. Singolare per un aereo molto simile ad un B52.

Lo imito ruotando suoi miei passi e torno dai miei.

La scena cambia: sono seduto al tavolo della cucina con loro. Abbiamo appena finito il caffè e stiamo chiacchierando del più e del meno. Sentiamo dei rumori assordanti, mi alzo, vado nella mia cameretta e guardo fuori: decine di dirigibili vomitano bombe sul quartiere dove sono cresciuto, mentre dai campi circostanti avanzano decisi carri armati e fanteria.

Torno in cucina dai miei. Sono bianchi in volto ed hanno l’espressione di chi, avendo già sentito quei rumori, li riconosce.
Le gambe mi cedono, crollo sulla sedia: siamo in guerra.

Restiamo a guardarci per alcuni, interminabili istanti. Nemmeno il tempo di dire qualcosa che la porta d’ingresso viene divelta da un gruppo di commandos che mi legano su quel trabicolo di ferraglia con cui scorrazzano in giro il dr. Lecter e mi portano via.
Non sono preoccupato, non per me almeno.

Nuova scena, interno: il Quartier Generale nemico.
Siamo in una zona imprecisata del globo, secondo me la Kamchatka.
Il Quartier Generale è una via di mezzo tra il Cubo Apple di NYC e la base dell’uomo più intelligiente del mondo in Watchmen. Amministrativi e militari brulicano tra i piani. Mi sporgo dalla balaustra ed al piano di sotto vedo numerosi tavoli vuoti, al centro un Joystick a microswitch: ricorda molto quello che usavo ai tempi dell’Amiga, con i tre bottoni arancioni ed enormi.

Sono prigioniero, anche se nessuno mi degna d’uno sguardo.

Sento una porta scorrevole aprirsi alle mie spalle, mi giro e vedo uscirne il Cattivo. Statura media, nessuna cicatrice né altro segno di riconoscimento, nemmeno odio nei suoi occhi: sono prigioniero dell’Uomo Qualunque.

Un po’ umiliante.

Mi si avvicina con passo deciso e, sorridendo, m’allunga un libro. Guardo la copertina “Stato di paura” di Michael Crichton. Lo apro e prendo la penna che mi tende: vuole il mio autografo (???).

Non capisco: vuole impadronirsi delle mie doti scrittorie o delle mie abilità videoludiche?

Non m’è dato saperlo.

Stronzi vicini che fanno casino.

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