Sta notte ho sognato che andavo in moto. A dire il vero andavamo in moto: plurale, visto che eravamo io ed un caro amico di Pavia. Ognuno con la sua moto: lui con una carenatissima giapponese, io con una KTM da autostrada. Ed effettivamente eravamo in autostrada. Di notte.
Entrambi senza luci.
Davanti a noi una Citroen 2CV, azzurra. Le stavamo a culo perché, così facendo, avevamo la strada illuminata. Che poi era una di quelle notti in cui c’è la luna piena, una di quelle notti in cui spegnendo le luci vedi comunque la strada: una lingua d’asfalto grigio chiaro che si srotola in mezzo a filari di cipressi.
Così ho preso coraggio ed ho sorpassato.
Una volta davanti alla 2CV non vedevo niente.
Mi son rilasciato superare dall’auto.
Perplesso.
Ché, stando dietro, vedevo perfettamente la strada illuminata dalla luna, anche senza luci.
Ho sorpassato nuovamente.
Di nuovo il buio. Talmente buio da non riuscire a vedere in tempo una curva a sinistra.
Insidiosa.
L’ho percorsa tutta sbattendo la spalla destra contro i cipressi: uno, due, tre, … molti.
Di nuovo rettilineo.
Di nuovo mi son fatto sorpassare.
Poi la scena è cambiata e mi son ritrovato in sella alla mia vecchia bicicletta, quella che era stata di mio padre, quella che m’ha tenuto compagnia per tutti gli anni d’università. Con il freddo e con il sole, con la pioggia e con il vento.
Ero lì, ai margini d’una risaia, una delle tante che circondano Pavia, sempre con l’amico di cui sopra. Una risaia piena d’acqua. Ma non era primavera, ch’è in privamera che s’allagano le risaie, era inverno. E l’acqua s’era ghiacciata, creando una spessa lastra azzurrina.
Ho iniziato a pedalare, guidando la bici sul ghiaccio. Avevo paura di scivolare, così cercavo di non andare troppo forte. Al tempo stesso, però, i sinistri scricchiolii del ghiaccio che si lamentava sotto il mio peso, mi costringevano a non battere la fiacca. Continuamente in bilico tra il troppo piano ed il troppo veloce.
In equilibrio.
Un equilibrio che, alla fine, non è servito: il ghiaccio s’è spezzato e son finito nell’acqua con la ruota anteriore. E con il piede destro, sceso a tenermi dritto.
Non ho sentito freddo, né umido. L’unica cosa che ho sentito è stata la liberazione per quell’ansia del troppo lento/troppo veloce. Il mio equilibrio aveva fallito, ma il fallimento non era stato così grave.
Così son tornato a piedi verso il bordo del campo, spingendo la bicicletta al mio fianco.
Ridendo sollevato.
Non sono un fan dell’auto, anzi. A volte però cedo alla pigrizia e mi ritrovo a prenderla per andare al bar dietro casa. E lì ferma, che ti guarda quasi a dirti: «Ti sei dimenticato di me? Non mi vuoi più? Cosa t’ho fatto?»
Ed allora la prendi, per farle sgranchire un po’ i cuscinetti, per toglierle quella patina di ruggine dai freni che fa tanto acne giovanile. Hai la patente in tasca, la benzina nel serbatoio, la possibilità di riscaldare l’abitacolo: perché non prenderla?
Eppure non è sempre stato così. Basta tornare indietro con la memoria, a prima dei 18 anni, a prima ancora dei 16, ché in quei due anni sotto il culo avevo fissa la sella d’un 125, dicevo torniamo indietro con la memoria, al mio primo vero mezzo di locomozione: la bicicletta. Le biciclette, perché ce ne sono state diverse nel corso degli anni.
La prima è stata una bici da bimba. Sì, da bambina perché io, secondogenito, mi prendevo quanto dismesso dalla sorellona. Era rossa, anzi color sangue di bue, le gomme bianche, le rotelle stabilizzatrici nere. E’ su quella che ho mosso le mie prime pedalate: da un muro all’altro del cortile. Che poi non era un vero cortile, era una striscia di cemento d’una decina di metri davanti ai quattro box frontali, uno dei quali nostro. Partivo dal muro più vicino all’entrata del palazzo, una ventina di pedalate ed ero in fondo. Saltavo giù dalla bici, la giravo di 180° e via, di nuovo in sella, a pedalare con foga per raggiungere il muro di fronte. Mettendoci un impegno che da adulto ti sogni, come se da quell’obiettivo dipendesse il futuro del mondo.
La seconda bicicletta, diciamo la mia prima vera bicicletta, era blu metallizzato, con la sella lunga, le manopole di gomma scadente ed i finti ammortizzatori alle forcelle. Niente cambio, niente molle sotto la sella. Rigida e pesante come poche, ma ovviamente bella, dotata di quel particolare fascino che solo le prime cose: la prima bici, la prima auto, il primo bacio. Solo una Saltafoss sarebbe riuscita a scalzarla dal mio cuore.
Forse.
E’ stata la bicicletta con cui ho scorrazzato in lungo ed in largo per il mio quartiere. Prima nelle viette attorno a casa, poi sempre più lontano, spingendomi ben oltre i limiti imposti dai miei. Ed è stata la bicicletta con cui sono andato a scuola da solo, per la prima volta, senza la supervisione di mio nonno materno, ché quello paterno se n’é andato che avevo poco più d’un anno. Ricordo che quel giorno, pedalando verso la scuola, avevo una leggerezza che neanche la pedalata volante in ET. E guardavo i palazzi che costeggiavano la strada con occhi nuovi, diversi, adulti.
Alcuni anni dopo ho ereditato la Graziella pieghevole di mia sorella: verde metallizzata, con l’adesivo brillante dei pompelmi Jaffa che l’ex-proprietaria aveva appiccicato sul canotto della sella. Una piuma rispetto alla mia prima bici, ma con un rapporto così leggero e delle ruote così piccole che ci volevano decine di pedalate per fare pochi metri.
Perfetta per impennare.
L’ho tenuta per qualche mese, finché, nonostante i lunghi mono-ruota, l’umiliazione di essere sempre ultimo nelle scorribande con gli amici m’ha spinto a chiedere ai miei una bicicletta seria.
E la bicicletta seria è arrivata, in concomitanza non ricordo bene se con la Comunione o con la Cresima. Una Bianchi da uomo, regalo del nonno. Azzurra metallizzata e col cambio a cinque rapporti.
Il CAMBIO! Non so se mi spiego.
Le avevo fatto mettere il manubrio sportivo, una sorta di manubrio da corsa ma senza le corna, in pratica una barra a T innestata nel telaio. Scomodo come pochi ché tutto il peso del corpo, che ero bello cicciottello, si scaricava sui palmi delle mani. Tempo 5’ ed avevi i muscoli delle braccia doloranti, ma vuoi mettere il figurone con gli amici? L’invidia per il tuo manubrio sportivo?
E’ durata poco la mia bici seria, sparita in un pomeriggio come tanti, per le avide mani del solito ignoto. Che poi l’ho anche rivista la mia bici, ne sono certo, cavalcata dal nipote d’un vicino di casa. Coincidenza? Non credo proprio. Ma visto che sarebbe stata la mia parola contro la sua e che per i miei il quieto vivere è la Filosofia di vita, l’ho preso in quel posto in silenzio, stoico.
O semplicemente coglione.
Fatto sta che s’è ripresentata la necessità d’una bicicletta da uomo. I soldi erano pochi, la bicicletta bella era arrivata ed era andata, dovevo arrangiarmi con quel che c’era. E quel che c’era era la vecchia bici di mio padre, di quand’era ragazzo: una normalissima bicicletta da uomo, con la vernice scrostata, i parafanghi arrugginiti, i copertoni lisci, ma, finalmente, una bici della mia stazza.
Così un pomeriggio sono andato in officina da mio padre, l’ho carteggiata tutta, ho ricoperto col nastro di carta i parafanghi, il carter, il manubrio, ho smontato la catena, quindi mio padre l’ha verniciata a spruzzo. D’un bel verdone militare ché in casa avevamo solo un blu cobalto ed un giallo acido: mischiati sarebbero stati perfetti. E difatti lo furono.
Tolto il nastro, cambiati i fili dei freni, gonfiate le gomme, ero di nuovo in sella.
Delle biciclette che ho avuto, prima e dopo, è stata quella che più m’è rimasta nel cuore. Mi ha accompagnato per tutte le scuole medie, per gran parte del liceo e per tutta l’università, fino alla laurea. Comoda dal momento che sul canotto, già di suo ammortizzato, avevamo montato una sella con doppie molle posteriori; veloce, nonostante l’assenza del cambio, grazie all’ottimo rapporto corona/pignone.
E’ stata quella che il lunedì pomeriggio dell’ultimo anno delle medie mi portava ad educazione fisica con un’ora d’anticipo: avevamo scoperto che le inferiate che conducevano alle fondamenta della scuola erano mobili. E così, insieme agli altri due amici dell’epoca, le alzavamo ed armati di torce elettriche c’infilavamo in quel buio in cerca di chissà quale tesoro, che l’unico tesoro che abbiamo mai trovato è stato lo scheletro d’una cornacchia.
Eppure ogni lunedì eravamo lì, settimana dopo settimana sempre più attrezzati: torce più potenti, filo d’Arianna per non perderci, coltellino svizzero, bombolette di vernice per lasciare il nostro marchio. Sempre in cerca di qualcosa che a ben pensarci, in fondo in fondo, era solamente il coraggio di farlo.
Dalla scoperta di quel mondo alla sua estromissione, dopo che c’han saldato le inferiate, la mia bicicletta verde marcio è sempre stata in superficie, a vigilare, pronta ad allontanarmi veloce dai pericoli.
Lavoro per lei non ce n’era solo il lunedì pomeriggio. Ogni giorno, per tutta la durata delle medie, l’uscita di scuola erano una gara di ciclismo. Ogni giorno lo stesso rituale. Usciti di scuola slegavamo i nostri destrieri ed iniziavamo a pedalare stancamente verso casa: nessuna voglia di separarci. Facevamo i primi 500 metri così, affiancati, parlottando del più e del meno. Poi, attraversata lo strada più trafficata del quartiere, partivamo decisi: una volata di sei, settecento metri fino a casa di Davide. Senza regole: gomitate, calci alle ruote, leve del freno reciprocamente tirate, colpi alla cartella. Tutto era lecito: solo vincere contava.
Non ho mai vinto.
Ma partecipavo sempre, mi divertivo un sacco.
Era la bici perfetta, soprattutto per gli incidenti simulati nelle serate estive, un modo come un altro d’ingannare il tempo. In estate, durante le vacanze estive, si stava in casa il minimo indispensabile: colazione, pranzo, cena, dormire. Il resto della giornata eravamo in giro: a pescare, in piscina, a giocare a calcio nella polvere, a tirare gavettoni alle ragazze, che più una ti piaceva e più tornava a casa grondante.
La sera, tra afa e zanzare, era impossibile stare fermi. E così s’inforcavano le bici e si pedalava: più lenti dell’afa, più veloci delle zanzare. La direzione era obbligata: dal nostro rione al paese vicino, collegati da una delle prime ciclabili della città. E quando arrivavi nel paesino, che saranno stati si e no due chilometri ma la gente ti guardava con aria torva perché eri ‘foresto’, cosa potevi fare? Non tutte le sere le tasche era piene per un gelato. E così pedalavi sino ad un piazzale, una zona scarsamente trafficata, che in quegli anni ancora ne trovavi, e fingevi l’incidente. Un groviglio di telai, di manubri, di ruote in movimento. Sei, sette, dieci bici: dipendeva dalla serata. Sotto di esse uno di noi, a lamentarsi, a gemere, a farsi sentire. In pochi minuti la strada, sino ad allora deserta, s’animava di vecchietti, pronti a prendere le parti dell’uno o dell’altro, a studiare i segni delle finte frenate, a capire la dinamica dell’incidente, a trovare a chi dare la colpa.
Le mani dietro la schiena.
Studiavamo tutto a tavolino: chi doveva stare nel groviglio, chi doveva fingere di litigare, chi doveva invece aggirarsi tra la folla, per rubare frasi, parole, versioni dei fatti. Qualche minuto e poi si riprendevano le bici, si tirava in piedi la vittima di turno e ripartivamo veloci, prima che qualcuno chiamasse i vigili rendendo la cosa seria.
Ridendo fino alle lacrime, tra una pedalata e l’altra.
Io capisco amare la propria terra, ché anch’io amo la mia Pavia, però penso anche che la Terra, quella con la T maiuscola (non quella che vi ha dato i natali e vi ha cresciuto con le sue rassicuranti abitudini) è immensa: com’è possibile che non venga mai il dubbio che da qualche parte c’è un posto migliore in cui vivere?
Basta prendere il mappamondo o le mappe di Google se siete del ‘90 (che quando penso che i ragazzi del ‘90 son già maggiorenni, mannaggia-come-passa-il-tempo!), dicevo prendete un punto a caso tra il Borneo e Tokyo, tra Oslo e Rio, tra Aosta e Brindisi: possibile che non vi venga il dubbio che là fuori, da qualche parte, si possa stare meglio che lì in zona?
Che io amo la mia Pavia. Bella piatta, che ci puoi andare in giro in bici in lungo e in largo senza piantarti sulle salite tanto ostili ai miei 100 kg, bianca di nebbia e di brina, da novembre ai primi di marzo, tranquilla ed omologata nei suoi appuntamenti fissi: il sabato pomeriggio a far le vasche in centro, la domenica fuori a cena. Ferma ed immobile, che posso tornare in qualunque momento e reinserirmi nel suo tessuto sociale come nulla fosse successo.
Sempre lei, sempre io.
Pero’ non c’e’ lavoro, nella mia Pavia, non c’e’ spazio per i giovani, non c’e’ voglia di cambiare, non c’e’ imprenditorialita’, ché quella la trovi 30 km piu’ a nord.
Ed allora, pur tenendomela stretta nel cuore, mi son guardato in giro e son finito a Cagliari. E adesso che stiamo organizzando l’ennesimo trasferimento, un sacco di gente mi guarda stupita e meravigliata. Ed io glielo leggo in faccia cosa pensa: che non esiste altro posto al mondo più bello di questo. Che sì c’e’ il clientelarismo, l’arretratezza dovuta all’inerzia del fatalismo, le blatte, il caldo africano ma ci son anche delle spiagge che manco le Hawaii.
Io guardo e incasso. Che ne ho già incassati di ‘sti sguardi. Tanti. Perché ora me ne sto andando da uno dei mari più belli del mondo, ma “Chi volta el cu a Milan volta el cu al pan”.
A volte quegli sguardi mi fan fermare un attimo, a riflettere. A chiedermi se io non sia un orco dal cuore di pietra, che non s’affeziona ai luoghi; o se non starei meglio scendendo a compromessi con me stesso; o se invece son gli altri che corrono, corrono e corrono nella ruota degl’impegni, senza mai fermarsi, senza mai tendere un orecchio a quel che dice loro il cuore, perché la ruota gira e gira senza tregua.
Ogni volta che torno con la mente a questi pensieri la risposta è inevitabilmente la stessa: comunque io sia non posso che essere così, un animo gitano.
La mia terra nel cuore, in giro per la Terra.
Adoro la nebbia, coperta delicata che ricopre ogni cosa.
Si appoggia su campi e strade, su palazzi e persone, avvolgendole dolcemente e riparandole dallo sguardo indiscreto del mondo.
Fa parte del mio DNA, la nebbia. Chi non e’ nato in Val Padana non puo’ capire come puo’, un freddo ed umido fenomeno atmosferico, riscaldare il cuore.
Fa casa, la nebbia. Riporta alla memoria i giorni delle vacanze di Natale: niente scuola e la mamma in ferie, tutta per te. Ti svegli con calma, ti stiri la schiena, guardi fuori dalla finestra ed il muro bianco ti da l’impressione di essere l’ultimo bimbo sulla terra, solo con la sua famiglia.
Al caldo.
Fai colazione con calma, mentre tua madre affetta le cipolle per la frittura: oggi polenta. E gia’ t’immagini le finestre appannate dal vapore acqueo, i disegni col dito, i bonari rimproveri di tua madre “che restano i segni sul vetro”, fuori nebbia e freddo.
Il quadro e’ completo.
Come posso non amare la nebbia? Anche quando inizi a scorrazzare per la pianura a bordo della tua prima auto, una vecchia 127 con gli ammortizzatori sfiniti, la nebbia e’ una compagna di vaggio. In giro, senza una meta, macinando chilometri all’andatura dei pensionati su strade dritte, piatte, strette tra fossi e canali. E la nebbia che avvolge tutto, dandoti l’impressione di percorrere un tunnel bianco.
Poi, d’improvviso, un’enorme sagoma scura emerge a fatica da quel mare lattiginoso. Sai gia’ che si tratta di una delle tante cascine che punteggiano la Pianura Padana. E, mentre ti avvicini, cerchi d’immaginarti la struttura, il colore delle tegole, i dettagli. Ed ecco che, metro dopo metro, appare il perimetro d’una finestra, poi un vecchio portone di legno, una timida luce ai piani alti, forse una candela, ed infine un bastardone che sfida il freddo per difendere caparbio il territorio.
Nemmeno il tempo di mettere fuoco che la nebbia ringhiotte ogni cosa, e sei di nuovo sulla strada, solo, il pensiero fisso alla fine del viaggio: casa.
Scalda il cuore la nebbia, forse per contrasto.
E quand’ero adolescente, timido ed impacciato, la nebbia non m’ha mai tradito, mentre con le cuffiette nelle orecchie gironzolavo per le viuzze del centro.
Buio, bianco, ancora una volta solo.
I suoni attutiti, i punti di riferimento nascosti, le distanze sballate. Confonde i pensieri la nebbia, mentre cammini in un paesaggio d’oltretomba, in compagnia delle poche anime che osano sfidare il freddo, ombre scure che fluttuano lungo i muri. Spegni la musica, ascolti i passi.
Non vedi nessuno.
Sei immerso in un mare senz’acqua, i tuoi sensi fuori gioco.
E guardi il mondo da un altro punto di vista.