Mi dicevo
Quand’ero piccolo pensavo: “Io non ce l’ho il coraggio, non ce la faccio mica a fare certe cose: ho troppa paura”. Guardavo quello che faceva certa gente e mi dicevo: “Io ho troppa paura a fare quelle cose”. E me ne stavo li’, ad invidiarli perche’ “Loro non hanno paura”.
Quei primi pensieri esistenziali son passati indenni allo scorrere del tempo. Io crescevo e continuavo a guardare con invidia alle persone-che-non-hanno-paura, le consideravo coraggiose.
E mi vedevo vigliacco e privo di coraggio “Perche’ io ho paura” mi dicevo “e l’avro’ sempre”.
Poi ho iniziato a lavorare. Pavia > Milano, Milano > Pavia. Tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi. E ci stavo male a Milano. Che provavo anche ad ascoltar la gente che mi diceva: “E’ solo questione d’abitudine”. Son passati gli anni ma io continuavo a starci male. E facevo stare male la mia compagna, che lei Milano l’adora e non e’ giusto che la facessi stare male.
Lei l’ha capito il mio stare male e quando m’ha visto li’, paralizzato dalla paura, mi ha pungolato, mi ha spinto, me l’ha fatta affrontare.
E cosi’ ci siamo trasferiti: Milano > Cagliari.
Quando lo racconto tutti mi chiedono: “Per lavoro?”. No, il lavoro l’avevamo a Milano. Entrambi. A tempo indeterminato. L’abbiamo lasciato, per seguire un sogno. Un sogno forse banale, ma bello nella sua semplicita’: cercare di stare meglio. E cosi’ ci siamo infilati in una Regione da cui tutti scappano perche’ non c’e’ il lavoro. Ed io il lavoro me lo sono procurato. Ci ho dato dentro e me lo sono guadagnato, il lavoro. E non e’ neanche un brutto lavoro, anzi.
Tuttavia continuavo a pensare: “Io c’ho troppa paura: come fa la gente a fare certe cose?”.
E intanto, andando avanti, facevo scelte che la maggior parte delle persone non fa. Me ne andavo a vivere a centinaia di km dai miei. Con un mare a separarci. Io che coi miei ci vado d’accordo, sia chiaro, ma a Milano ci stavo male.
Troppo male.
Siamo arrivati a Cagliari e l’inizio non e’ stato facile: diversa mentalita’, diverso stile di vita. Pero’ sono andato avanti, mi sono fatto spazio, ho sgomitato, ho ottenuto soddisfazioni. Poi la mia compagna ha iniziato a starci male a Cagliari.
Troppo male.
E cosi’ abbiam deciso di andarcene nuovamente. Questa volta lontano davvero. Non un mare a separarmi dai miei, un intero oceano. Ed anche un continente nel mezzo, come se l’acqua non bastasse. E quando fai queste scelte sei talmente addentro nella miriade di cose da fare, nelle pratiche da seguire, nella lingua da studiare, che i giorni volano. E ti ritrovi a fare cose, certe cose che non pensavi mai avresti fatto.
Ma le stai facendo.
E tu non te ne accorgi nemmeno. Sono quelli che ti stanno attorno ad accorgersene, le persone che ti vogliono bene: gli amici, i familiari, i colleghi. Ti guardano e ti dicono:
“Che coraggio che hai”.
La prima volta che senti questa frase quasi non ci fai caso, perche’ una rondine non fa primavera. Ma poi la senti di nuovo. Ed ancora.
Ed allora inizi a rifletterci su sta cosa che la gente continua a ripeterti. Anche se tu coraggioso non ti senti, perche’ hai paura.
Troppa paura.
Hai una paura fottuta di quello che t’aspetta. E sei ancora convinto che i coraggiosi non hanno paura mentre, nelle tue scelte, la paura e’ sempre li’ a farti compagnia.
Poi, quando finalmente hai un attimo di tempo, ti fermi a guardare le cose che hai fatto, i pilastri del ponte che stai costruendo. Ed allora capisci che di paura continui ad averne e che continuerai ad averne e che, ciononostante, vai avanti.
D’un tratto tanti libri letti, tanti film guardati, iniziano ad avere un senso. La paura fa parte di te, non la puoi tagliar fuori. Pero’ puoi decidere di non ascoltarla, di lasciarla parlare invano.
E tu continui a sentirti pauroso, vigliacco, incosciente, anche pazzo, a volte. Tutto fuorche’ coraggioso.
Ma forse, da fuori, lo sei.