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Irrazionali paure

Un giorno.

Ci diciamo spesso «Un giorno»

«Un giorno mi licenzierò e girerò il mondo in barca a vela»

Ci diciamo.

«Un giorno scriverò il libro che mi frulla nella testa da anni»

Ci diciamo.

Un giorno.

Che poi diventano due, tre, settimane, mesi.

Anni.

I genitori invecchiano, i figli crescono, e noi siamo ancora lì a fare il nostro compitino, a strisciare il badge la mattina, a ristrisciarlo in uscita la sera.

Schiavi.

Schiavi della società, del capo, del mutuo, della famiglia, dell’approvazione sociale.

Dei sogni degli altri.

Mentiamo a noi stessi, ché se siamo schiavi è solo della nostra paura. Paura dell’ignoto, paura dell’incertezza, paura del futuro.

Del futuro.

Com’è possibile avere paura di una cosa che non esiste?

E’ come dire che si ha paura degli asini volanti, dei vampiri, dell’ottava nota, dei mostri nell’armadio e di quelli sotto il letto. Che fan paura fino ai dieci-dodic’anni, poi cresciamo e smettiamo di temerli.

E ci ritroviamo a temere il futuro.

Manco fosse Godzilla.

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