I social network mi seppelliranno

Apr 02

Waiting flight @ McD (Taken with picplz at mc cafe orio al serio in Orio al Serio, Italy.)

Waiting flight @ McD (Taken with picplz at mc cafe orio al serio in Orio al Serio, Italy.)

Mar 12

@airport café (Taken with picplz at Orio Al Serio International Airport - Rotta Di Atterraggio in Grassobbio, Italy.)

@airport café (Taken with picplz at Orio Al Serio International Airport - Rotta Di Atterraggio in Grassobbio, Italy.)

Feb 14

johnthelutheran:

Marjane Satrapi, author of Persepolis (which I really must read at some point).

johnthelutheran:

Marjane Satrapi, author of Persepolis (which I really must read at some point).

(via batchiara)

Feb 09

[video]

Jan 10

modulo per denunciare chi obietta sulla contraccezione d’emergenza

nipresa:

curiositasmundi:

ecco il modulo per denunciare chi obietta sulla contraccezione d’emergenza:x medici http://bit.ly/x83E5T e farmacisti http://bit.ly/ylzjpC

Via:  

Tra l’altro se un medico o un farmacista vi dice che la pillola del giorno dopo è abortiva o è in cattiva fede o è un cialtrone da cui non farsi curare nemmeno un raffreddore.

(via zuppadivetro)

Aug 14

Caduta Libera - Nicola Lilin

Osservavo le case cercando ossessivamente i segni della distruzione, ma tutto era troppo bello, e caloroso. Le finestre intatte, con i vetri, e dietro quei vetri la vita comoda e pacifica, in ordine: le lampadine al loro posto nei lampadari, le tendine colorate, i fiori sui davanzali… tutto questo mi sembrava orribile. Arrivata la sera la gente beveva il tè guardando la televisione, rideva alle battute idiote di qualche comico, ascoltava le canzoni pacate di cantanti conciati come alberi di Natale viventi… E intanto l’industria delle star clonava nuovi idoli, tutti volevano assomigliare ai personaggi famosi, diventare sposi eterni dell’intero Paese. I giovani facevano a gara a chi era più ignorante - perché l’ignoranza è una cosa che va sempre di moda -, gettandosi nelle discoteche a ballare in feste disperate che andavano avanti fino all’alba, sentendosi finalmente protagonisti di qualcosa. Se sei ricco puoi fare tutto, se sei bella devi sfruttare la tua bellezza per manipolare tutti: questa sembrava essere l’unica regola valida, insieme a una violenza immotivata, senza limiti, perché anche essere violenti va di moda. Il caos della guerra mi sembrava più ordinario e comprensibile della cosiddetta moralità della società pacifica. Ripensavo a tutti quelli che avevo visto morire nel nome della pace, e mi convincevo sempre più che questo tipo di pace non meritava di esistere: meglio il macello che avevo conosciuto, dove almeno sapevamo qual era la faccia del nemico e non potevamo sbagliarci, e tutto era semplice proprio come una pallottola. Invece ora ero stato restituito a una pace che mi permetteva di essere un consumatore delle bellezze dell’universo, convincendomi che erano state scelte apposta per me e anche prepagate: il cibo confezionato, il sesso interattivo, i finti orgasmi dopo i quali ti rimane addosso il disprezzo per te stesso e per il mondo.

[cut]

Quando ho visto al notiziario un servizio su un gruppo di nostri soldati morti di recente in uno scontro fra le montagne, durante un’operazione terroristica in Cecenia, senza pensarci ho afferrato un orologio da tavola e l’ho scagliato contro il televisore, spaccando lo schermo. La notizia dedicata ai nostri morti in guerra era stata montata dopo altri due servizi: uno sull’allevamento dei maiali nel sud della Russia, l’altro sulle giovani modelle che avevano vinto dei concorsi internazionali di bellezza ed erano pronte a conquistare il mondo, dando così un enorme contributo alla causa della Madre Russia. Sono rimasto seduto davanti al televisore rotto per tutta la notte, pensando a noi, che obbedienti come pecore al macello avevamo sacrificato le nostre vite in nome di un ideale di cui al resto del Paese non fregava niente. Mi sono alzato dalla poltrona quando ormai era mattino, e continuava a girarmi in testa una frase che mi aveva detto una volta un prigioniero arabo: «La nostra società non merita tutto l’impegno che noi mettiamo in questa guerra». Solo in quel momento ho capito quanto avesse ragione quello che io mi ostinavo a chiamare nemico.

Feb 09

Il potere delle parole

Che già uno è stanco che è fine giornata ed è ancora qui, chino sulla scrivania, a dover scrivere degli appunti sulle correzioni ad una relazione per un Direttore (per altro non il suo!) che domani ha un incontro e non sa che dire, ecco dicevo uno già deve sopportare tutta sta roba ed in più gli tocca leggere nella relazione che “un équipe” (e già qui ci sarebbe da ridire: siamo in Italia? Ecco, allora usiamo squadra che di parole ne abbiamo in abbondanza!) dicevo gli tocca leggere “che verranno selezionate e addestrate per una settimana due equipe di 2 esperti…”.

Addestrate.

Che manco si usa più coi cani, addestrate.

Che adesso tu il cane mica lo addestri: lo educhi!

E questi cervelloni che redigono una relazione da milleMilaMiliardi di euro mi scrivono “persone addestrate”.

Ma “formate” faceva brutto?

Jan 25

Irrazionali paure

Un giorno.

Ci diciamo spesso «Un giorno»

«Un giorno mi licenzierò e girerò il mondo in barca a vela»

Ci diciamo.

«Un giorno scriverò il libro che mi frulla nella testa da anni»

Ci diciamo.

Un giorno.

Che poi diventano due, tre, settimane, mesi.

Anni.

I genitori invecchiano, i figli crescono, e noi siamo ancora lì a fare il nostro compitino, a strisciare il badge la mattina, a ristrisciarlo in uscita la sera.

Schiavi.

Schiavi della società, del capo, del mutuo, della famiglia, dell’approvazione sociale.

Dei sogni degli altri.

Mentiamo a noi stessi, ché se siamo schiavi è solo della nostra paura. Paura dell’ignoto, paura dell’incertezza, paura del futuro.

Del futuro.

Com’è possibile avere paura di una cosa che non esiste?

E’ come dire che si ha paura degli asini volanti, dei vampiri, dell’ottava nota, dei mostri nell’armadio e di quelli sotto il letto. Che fan paura fino ai dieci-dodic’anni, poi cresciamo e smettiamo di temerli.

E ci ritroviamo a temere il futuro.

Manco fosse Godzilla.

Jan 06

Volevo giocare a basket

Oggi volevo andare a giocare a basket.

E’ da ieri sera che mi dico:

“Se domani c’è bel tempo vado a giocare a basket”.

E’ da ieri sera che mi dico:

“Se domani c’è bel tempo, vado a fare la spesa al centro commerciale, compro una pompa, gonfio il pallone e vado a giocare a basket”.

E’ da ieri sera che mi ripeto che domani andrò a giocare a basket, facendo crescere a dismisura la mia voglia di canestro.

Stamane mi sono svegliato e c’era bel tempo. Che a Cagliari bel tempo vuol dire 15-16 gradi in tarda mattinata, se c’è il sole.

E stamane c’è il sole.

Così vado a fare colazione al Mc café del centro commerciale, faccio la spesa, compro la pompa.

Torno a casa.

Sistemo la spesa e mi preparo: maglietta della salute, t-shirt NYC, pantaloni bracaloni e felpa col cappuccio, tutto molto underground. Che se c’è bel tempo si gioca in maglietta sul campo da basket in riva al mare, che col sole lo vedi là sullo sfondo, tutto sberluccicante, mentre giochi.

E stamattina c’è il sole.

Prendo il cutter, apro la pompa, infilo l’ago nel pallone da basket, dopo averci sputato sopra per lubrificare la valvola, come m’ha insegnato mio padre, e prendo a pompare.

Il pallone non si gonfia.

Controllo l’attacco dell’ago, l’attacco della pompa, la valvola della palla: tutto ok.

Riprendo a pompare.

Il pallone riprende a non gonfiarsi.

Prendo in mano l’ago e mi si spezza in due: svelato l’arcano.

Guardo l’orologio: sono le 10.50 ed alle 12.30 volevo essere a casa per Juventus - Parma.

Ma ho troppo voglia di giocare a basket.

Così controllo le aperture straordinarie dell’ipermercato dietro casa: oggi chiuso.

Prendo le chiavi, la patente, il portafoglio, pallone e pompa e volo al centro commerciale in cui ho fatto la spesa stamane, a 15 km da casa.

Arrivo che son le 11.10.

Entro e chiedo ad un’addetta alle vendite dove sono gli aghi per gonfiare i palloni: “Se non sono in quello scaffale non sono ancora arrivati, sa lo stiamo allestendo in questi giorni il reparto sportivo. Ha già guardato in quello scaffale?”

Ovviamente sì.

Ovviamente niente aghi.

Controllo l’ora: 11.20 e sempre voglia di giocare a basket.

Mi viene in mente che all’interno del centro commerciale c’è un Cisalfa: parto a razzo verso l’obiettivo. Appena dentro chiedo ad uno dei ragazzi se vendono gli aghi per gonfiare i palloni.

“No, non li vediamo”.

Una martellata nei coglioni della mia voglia di canestro.

“Noi non li vendiamo: li regaliamo!”

Lo guardo con un sorriso che racchiude tutta la mia voglia.

“Grazie!” esclamo, mentre lo seguo nel reparto palloni. S’avvicina ad uno scatolone, prende un ago e me lo allunga.

“Grazie mille”.

“Figurati. Ricordati solo della nostra gentilezza la prossima volta che devi fare un acquisto sportivo”.

“Non mancherò!”

Esco dal negozio con l’ago infilato in bocca: felice.

Alle 11.35 sono in auto:

“Se mi muovo riesco a giocare 40’, abbondanti” penso. Prendo la pompa, faccio per avvitare l’ago: troppo piccolo.

“Ok, ho capito” urlo nella solitudine dell’abitacolo “oggi non devo giocare a basket!”

Incazzato ingrano la retro, poi la prima e scatto verso casa. Mentre guido mi viene in mente che il distributore automatico dove ho fatto benzina stamattina mette a disposizione dei clienti l’aria compressa.

Guardo l’orologio: 11.45, una mezz’ora di gioco.

Entro nella piazzola, parcheggio vicino alla colonnina dell’aria e, finalmente, riesco a gonfiare la palla.

Risalgo in auto e volo al campetto di Poetto, felice come solo un bimbo la mattina di Natale.

11.53 parcheggio.

E gioco.

Fino all’una.

E chissenefrega della Juve.

Nov 21

Indicativo

Ieri pomeriggio sono andato a fare la spesa. In un ipermercato, di quelli grandi grandi, dove i prezzi sono bassi e l’anonimato regna sovrano.

In fila alla cassa avevo davanti quattro o cinque persone. Tra passeggini e carrelli la fila era comunque abbastanza lunga da obbligarci a metterci orizzontali, nelle ultime posizioni, per consentire il flusso tra gli scaffali.

Alla mia sinistra s’infila una coppia di mezza età, un solo prodotto in mano.

Si avvicina un’altra coppia, a destra, e la signora di mezza età li informa che lei e suo marito sono gli ultimi.

La guardo.

Mi guarda.

“Avete solo quello, Signora? “

“Si’”

“Prego, passi pure”

“Ma no” quasi si difende, timida “non ce n’è bisogno”

“Veramente, passi” insisto “per un pezzo solo”.

“Beh, allora grazie”

“Ci mancherebbe: per così poco”

“Non è poco, non è poco per niente!” sottolinea decisa.

Questa sua risposta mi ha fatto riflettere, mi ha rattristato: quand’è successo che un piccolo gesto di cortesia e’ diventato molto?

Quando siamo finiti così in basso?