Scrivere è bellissimo.
Ti siedi lì, alla scrivania, davanti al monitor che, silenzioso, ti guarda. Non sai ancora quel che scriverai, sai solo che se ti metti lì alla scrivania ed apri un qualunque editor di testo, prima ancora che te ne accorga le tua dita son già partite: veloci sulla tastiera.
Battono.
Come il tuo cuore.
Volano leggere sui tasti le tue dita e buttano fuori emozioni, sentimenti, paure, gioie. Dolori. Amore.
Ché troppo spesso incateni l’anima sul fondo dello stomaco, per non farla parlare.
Per non sentirla parlare.
Perché le tue emozioni non escano. Perché gli altri, deridendole, non le feriscano, ferendoti.
Ma quando sei lì, davanti ad una pagina bianca, le dita se ne fregano delle tue paure, se ne fregano dei tuoi complessi, se ne fregano di quel che potrebbe succedere.
Semplicemente battono.
Scrivere è bellissimo perché non sai cos’hai scritto finché non metti l’ultimo puntino. Solo allora ti fermi e riprendi in mano il tuo pezzo e lo leggi e lo rileggi.
E ti ritrovi a ridere, a piangere, ad emozionarti, perché ti sembra di stare davanti ad uno specchio, perché stai fissando la tua anima, fin dentro quelle pieghe d’ombra che non guardi mai, che hai paura ad affrontare, ad ammettere a te stesso, e che ormai son lì: nero su bianco.
Scrivere è bellissimo perché ti permette di leggerti ed ogni parola ti butta in faccia la verità, quel che sei realmente.
Come farebbe un Amico.
July 2010
5 posts
Ieri sera è morto il fratello di mia mamma.
Aveva più di ottant’anni e ormai da tempo combatteva contro un tumore, subdola malattia che i vecchi delle mie parti non osano nemmeno nominare, la chiamano “al brut mal”, il male brutto.
Era uno di quegli zii che gravitano intorno alla tua vita quando sei piccolo, quando le cerimonie sono vicine, pressanti: Comunione, Cresima, l’esame di 5ta elementare; e loro, i parenti, sono giovani e usano l’auto e si muovono e ti vengono a trovare e qualunque sia la cerimonia si finisce sempre nella stessa trattoria di paese, quella coi ravioli di brasato d’asino e montagne di patatine fritte.
Quelle vere.
Passano gli anni e le occasioni di vedersi sono sempre meno, sempre più rare, ché quaranta chilometri son tanti per una persona anziana e tu hai altro per la testa che andare a trovare tuo zio.
Poi inizi a lavorare e le occasioni di vedersi diventano inesistenti.
E quando te ne vai infine a vivere a Cagliari fai fatica a vedere i tuoi una volta l’anno, figuriamoci tuo zio.
Però anche se non lo vedi per anni è sempre tuo zio e quando ti arriva la notizia della sua morte ecco, sì, un po’ ti rattristi e gli occhi ti si riempiono di lacrime.
E ripensi all’ultima volta che l’hai visto, all’ospedale, dimagrito al punto da sparire nel pigiama, lui che è sempre stato bello robusto, soprattutto di girovita. La faccia però era la sua di sempre: sorridente e rotonda.
Ricordo come fosse oggi quello che ci siamo detti dopo anni che non ci vedevamo:
“E così te ne vai in Canada?”
“Sì, zio”.
“Fai bene!”
Ecco, ci risiamo: è cominciato uno di quei periodi lì, uno di quei periodi in cui non c’ho voglia di fare niente.
Che voi direte: «E’ impossibile non fare niente» ed avete troppo ragione, perché anche lo stare coricato sul letto senza pensare a nulla è fare qualcosa.
Infatti mi pesa.
E poi niente è relativo. Per molti «niente» è tutto ciò che non è remunerativo: l’andare in spiaggia, lo stare in compagnia di amici, il leggere, l’arte.
Lo scrivere.
In un blog.
Per mio padre «niente» è tutto ciò che non produce cose concrete. Poco importa se la Borsa genera profitti (e perdite!) che nessun’altra attività umana è in grado di realizzare, non produce nulla: né magliette, né macchinari, né cibo, né altro.
Quindi E’ niente.
Il problema del mio non aver voglia di fare niente è che quando arriva è totale.
Mi annienta.
Non ho voglia di lavorare, non ho voglia di scrivere (immaginatevi quindi lo sforzo!), non ho voglia di leggere, non ho voglia di guardare la televisione, non ho voglia di dormire, né di pensare o di sognare.
Niente.
Quando arrivano quei periodi lì, quei periodi in cui non c’ho voglia di fare niente, sparirei in un buco nero: niente luce, niente spazio, niente orologi. Starei lì, a farmi risucchiare dal buco nero.
E sia ben chiaro: è lui che m’inghiotte, io non sto facendo niente!
Oggi ho letto il post di un amico, un pezzo in cui ad un certo punto si sofferma a riflettere sui posti che nessuno ha mai calpestato. Luoghi che non sono necessariamente nel bel mezzo dell’Amazzonia, o sperduti da qualche parte nel deserto del Sahara, posti che sono vicini a posti frequentatissimi, che so tipo Time Square; posti che pur essendo lì, vicini a posti frequentatissimi, nessuno li ha mai calpestati.
E’ una riflessione che a volte mi ritrovo a fare anch’io. Una riflessione che ha la sua origine in un fumetto letto parecchio tempo fa. E difatti il post dell’amico mi ha fatto fare un salto indietro di 20 anni, alla mia adolescenza, a quando la mia giovane mente, avida di paranormale, attendeva con trepidazione il giorno del mese in cui usciva in edicola Dylan Dog.
C’era un episodio dal titolo Golconda in cui si parlava proprio di quei posti lì, quelli che nessuno ha mai calpestato, che possono essere addirittura dentro casa, in un angolino dietro un armadio che né piede né scopa ha mai raggiunto o toccato. In Golconda si parlava proprio di uno di quei posti lì, che ci son due innamorati che si appartano in un bosco per coccolarsi ed inavvertitamente ne calpestano uno di quei posti lì che nessuno ha mai calpestato.
Il loro involontario gesto apre una porta dimensionale verso un universo parallelo, un inferno da cui sbucano una serie di esseri magrittiani, surreali, tra i quali un occhio gigante, un occhio gigante che, dopo aver fatto a pezzi la giovane coppia, prende il loro tandem e se ne va a spasso indisturbato per le vie di Londra.
Il ladro!
L’altro ieri ho messo mano all’attrezzatura da diving di Paola. Causa migrazione oltreoceano siamo in fase di smantellamento: tutto ciò che ha mercato lo stiamo mettendo in vendita. A questo giro è toccato alla muta, ai calzari, all’erogatore, al GAV. E’ bastato sistemare il tutto, fare le foto, pensare al prezzo di partenza per scatenare il mio subconscio.
Già perché la notte stessa ho sognato che facevo immersioni. Ero ad Ischia, che ad Ischia ci sono stato una sola volta: nel 2005. E m’è piaciuta un sacco con le sue stradine strette che s’inerpicano ripide su per le colline, per poi ridiscendere dall’altra parte, verso il mare. Un mare che fuma per i vapori caldi che si sprigionano dalla terra. E m’è piaciuto il modo in cui gl’Ischitani dedicano amorevoli attenzioni alle loro minuscole case: i numeri civici in ceramica d’Amalfi, per esempio.
E m’è piaciuta per le terme, che se abitassi ad Ischia farei l’abbonamento pomeridiano ed ogni fine giornata ci farei un salto, per coccolarmi un po’.
Ma torniamo al mio sogno. Ero ad Ischia per fare delle immersioni, ma non ero solo: ero in compagnia di Jacque Costeau. Sì perché se uno proprio deve sognare, tanto vale farlo in grande. Prendevamo un motoscafo e me lo ricordo esattamente come lui stesso s’è più volte fatto riprendere: seduto sul bordo destro dello scafo, lo sguardo perso all’orizzonte.
Dopo un breve tratto di mare siamo arrivati in posizione. Ci siamo preparati, indossando le mute e sputando nel vetro temprato della maschera, quindi ci siamo immersi. Il mondo che mi si è parato innanzi non era un mondo sottomarino, era un mondo normale, di superficie: negozi, viuzze, andirivieni di persone indaffarate nelle compere quotidiane.
E noi a pinneggiare, silenziosi, ventre a terra, bassi tra le loro gambe.
Troppo impressionabile, io.