Il fastidio di quando vuoi vedere un video ed il firewall non ne vuole sapere di passarti gli ultimi secondi e’ secondo solo al fastidio che provavo quando il 14.4k si piantava sull’ultima riga e non potevo salvare la foto porno.
Il fastidio di quando vuoi vedere un video ed il firewall non ne vuole sapere di passarti gli ultimi secondi e’ secondo solo al fastidio che provavo quando il 14.4k si piantava sull’ultima riga e non potevo salvare la foto porno.
Che poi io le prostitute le capisco anche.
I genitori, la societa’, la Chiesa, i film con gli attori-belli-di-Hollywood, c’insegnano i valori: che non e’ giusto vendere il proprio corpo per denaro. E’ svilente, e’ umiliante, porta alla dannazione.
E allora cosa facciamo, belli infarciti di propaganda moralista? Studiamo. Ci diplomiamo. C’iscriviamo all’universita’. Ci laureiamo, magari con 110 e lode. Iniziamo quindi a lavorare, magari uno stage o un lavoretto mal rettribuito ma, che cavolo: “Un po’ di gavetta la fanno tutti” ci ripetiamo ogni sera per tenere duro. E cosi’ andiamo avanti, giorno dopo giorno, mese dopo mese. A tradurre lettere in inglese al capo, a buttare giu’ progetti che spariscono la sera prima della riunione per riapparire belli belli il giorno dopo, sul tavolo del meeting, in calce la firma del capo.
O magari finiamo a fare l’assistente del real self made man, l’imprenditorotto senza scrupoli, quello che, non potendo alzare il prezzo del suo prodotto perche’ “Prima i cinesi, poi la crisi”, ci sfrutta per poche centinaia di euro.
I nostri pensieri sfruttati.
Le nostre idee rubate.
E noi lavoriamo sodo. E pure bene, perche’ i nostri genitori c’hanno insegnato che a fare bene una cosa od a farla male ci s’impiega lo stesso tempo. E magari ci fermiamo pure una o due ore in piu’ la sera, perche’ si’, ok, gli straordinari non ce li pagano, ma vuoi mettere la soddisfazione di finire l’applicativo che sto sviluppando con le mie stesse mani?
Lo stesso applicativo che verra’ (ri)venduto ad un prezzo con tanti, tanti zeri alla fine.
Mettiamoci in proprio allora, e smettiamola di sottostare ad un superiore rozzo ed incapace.
Iniziamo a farci conoscere in giro, diamoci da fare a mostrare i nostri lavori, le nostre esperienze, le nostre capacita’. Pochi mesi sul mercato son sufficienti per farci capire che abbiamo solo cambiato pappa: prima il capo, ora i clienti.
E sono tanti i clienti.
E tutti vogliono essere coccolati, vezzeggiati, rassicurati, come massaggiare i piedi di Lele Mora.
Cos’e’ tutto questo se non prostituirsi? Dammi uno stipendio, anche misero, anche ridicolo, anche da fame ed io ti daro’ il mio tempo, la mia giovinezza, la mia creativita’ e le mie idee.
No, il mio corpo no perche’, sai com’e’, m’hanno insegnato che quello vale, vale molto e non lo posso svendere cosi’.
“E le mie idee non valgono molto? Il mio impegno non vale?” vorresti urlare al mondo. “Non dovrei avere un centesimo per ogni neurone che muore, immolato sull’altare del Dovere?”.
Per non parlare dei sorrisi di circostanza e della pazienza, tanta, nel sopportare le battute del capo che si’, saranno anche un po’ volgari, ma stava scherzando, siamo noi che abbiamo frainteso.
Ogni sorriso un pompino, ogni idea rubata un nuovo cliente, ogni ora mal pagata un’ora in piu’ sulla strada, alla merce’ di chiunque.
Ve lo chiedo per piacere, davvero, aiutatemi a capire. Perche’ io la differenza non la capisco, non riesco proprio a vederla.
L’unica differenza che vedo e’ tra settecento e diecimila euro.
Al mese.
Dopo anni passati a ‘comperare’ gli applicativi in offerta sugli scaffali di quei negozi li’, tipo l’Asino e la RanaAzzurra, ecco dicevo dopo anni di SuperOfferte, vedere nell’App Store ottimi software a pochi euro ti fa riscoprire il piacere dell’acquisto.
Adoro la nebbia, coperta delicata che ricopre ogni cosa.
Si appoggia su campi e strade, su palazzi e persone, avvolgendole dolcemente e riparandole dallo sguardo indiscreto del mondo.
Fa parte del mio DNA, la nebbia. Chi non e’ nato in Val Padana non puo’ capire come puo’, un freddo ed umido fenomeno atmosferico, riscaldare il cuore.
Fa casa, la nebbia. Riporta alla memoria i giorni delle vacanze di Natale: niente scuola e la mamma in ferie, tutta per te. Ti svegli con calma, ti stiri la schiena, guardi fuori dalla finestra ed il muro bianco ti da l’impressione di essere l’ultimo bimbo sulla terra, solo con la sua famiglia.
Al caldo.
Fai colazione con calma, mentre tua madre affetta le cipolle per la frittura: oggi polenta. E gia’ t’immagini le finestre appannate dal vapore acqueo, i disegni col dito, i bonari rimproveri di tua madre “che restano i segni sul vetro”, fuori nebbia e freddo.
Il quadro e’ completo.
Come posso non amare la nebbia? Anche quando inizi a scorrazzare per la pianura a bordo della tua prima auto, una vecchia 127 con gli ammortizzatori sfiniti, la nebbia e’ una compagna di vaggio. In giro, senza una meta, macinando chilometri all’andatura dei pensionati su strade dritte, piatte, strette tra fossi e canali. E la nebbia che avvolge tutto, dandoti l’impressione di percorrere un tunnel bianco.
Poi, d’improvviso, un’enorme sagoma scura emerge a fatica da quel mare lattiginoso. Sai gia’ che si tratta di una delle tante cascine che punteggiano la Pianura Padana. E, mentre ti avvicini, cerchi d’immaginarti la struttura, il colore delle tegole, i dettagli. Ed ecco che, metro dopo metro, appare il perimetro d’una finestra, poi un vecchio portone di legno, una timida luce ai piani alti, forse una candela, ed infine un bastardone che sfida il freddo per difendere caparbio il territorio.
Nemmeno il tempo di mettere fuoco che la nebbia ringhiotte ogni cosa, e sei di nuovo sulla strada, solo, il pensiero fisso alla fine del viaggio: casa.
Scalda il cuore la nebbia, forse per contrasto.
E quand’ero adolescente, timido ed impacciato, la nebbia non m’ha mai tradito, mentre con le cuffiette nelle orecchie gironzolavo per le viuzze del centro.
Buio, bianco, ancora una volta solo.
I suoni attutiti, i punti di riferimento nascosti, le distanze sballate. Confonde i pensieri la nebbia, mentre cammini in un paesaggio d’oltretomba, in compagnia delle poche anime che osano sfidare il freddo, ombre scure che fluttuano lungo i muri. Spegni la musica, ascolti i passi.
Non vedi nessuno.
Sei immerso in un mare senz’acqua, i tuoi sensi fuori gioco.
E guardi il mondo da un altro punto di vista.
Sta notte ho sognato che ci attaccavano; sì, cioè, che eravamo in guerra.
Ero lì tranquillo che scendevo le scale del condominio dove vivono i miei e dalle finestrelle del pianerottolo del terzo piano vedo ‘sto aereo (se non ricordo male un Meridiana) che vola rasente il palazzo, da di gas, parecchio gas e s’impenna. Sale in verticale ed al tempo stesso ruota di 180° per tornare da dov’era venuto.
Sarà anche un sogno ma la cosa mi lascia perplesso. Così m’avvicino al balconcino, guardo fuori e lo vedo sparire in lontananza con una specie di salto nell’iper-spazio. Singolare per un aereo molto simile ad un B52.
Lo imito ruotando suoi miei passi e torno dai miei.
La scena cambia: sono seduto al tavolo della cucina con loro. Abbiamo appena finito il caffè e stiamo chiacchierando del più e del meno. Sentiamo dei rumori assordanti, mi alzo, vado nella mia cameretta e guardo fuori: decine di dirigibili vomitano bombe sul quartiere dove sono cresciuto, mentre dai campi circostanti avanzano decisi carri armati e fanteria.
Torno in cucina dai miei. Sono bianchi in volto ed hanno l’espressione di chi, avendo già sentito quei rumori, li riconosce.
Le gambe mi cedono, crollo sulla sedia: siamo in guerra.
Restiamo a guardarci per alcuni, interminabili istanti. Nemmeno il tempo di dire qualcosa che la porta d’ingresso viene divelta da un gruppo di commandos che mi legano su quel trabicolo di ferraglia con cui scorrazzano in giro il dr. Lecter e mi portano via.
Non sono preoccupato, non per me almeno.
Nuova scena, interno: il Quartier Generale nemico.
Siamo in una zona imprecisata del globo, secondo me la Kamchatka.
Il Quartier Generale è una via di mezzo tra il Cubo Apple di NYC e la base dell’uomo più intelligiente del mondo in Watchmen. Amministrativi e militari brulicano tra i piani. Mi sporgo dalla balaustra ed al piano di sotto vedo numerosi tavoli vuoti, al centro un Joystick a microswitch: ricorda molto quello che usavo ai tempi dell’Amiga, con i tre bottoni arancioni ed enormi.
Sono prigioniero, anche se nessuno mi degna d’uno sguardo.
Sento una porta scorrevole aprirsi alle mie spalle, mi giro e vedo uscirne il Cattivo. Statura media, nessuna cicatrice né altro segno di riconoscimento, nemmeno odio nei suoi occhi: sono prigioniero dell’Uomo Qualunque.
Un po’ umiliante.
Mi si avvicina con passo deciso e, sorridendo, m’allunga un libro. Guardo la copertina “Stato di paura” di Michael Crichton. Lo apro e prendo la penna che mi tende: vuole il mio autografo (???).
Non capisco: vuole impadronirsi delle mie doti scrittorie o delle mie abilità videoludiche?
Non m’è dato saperlo.
Stronzi vicini che fanno casino.
Quando dico che vivo a Cagliari tutti m’invidiano: d’estate per il mare, d’inverno perchè non fa molto freddo.
Ed io che rispondo: “Sì, ok, ma a me manca la nebbia”, non ci credono: mi prendono per matto.
Ma a me manca davvero la nebbia. Forse che nel nostro DNA non ci sono solo i pezzi di mamma, papà e nonni e trisavoli; forse nel DNA abbiamo anche pezzettini della zona in cui siam nati.
Che tutti vogliono il sole perché a Milano lo vedi poco, e la città è grigia. Ed anch’io, che non mi piace Milano, non posso fare a meno d’ammettere che col sole è bella.
Praticamente una settimana all’anno.
Tutti vogliono il sole, perchè non ce l’hanno. Poi ti trasferisci a Cagliari ed il sole arriva. Ed arriva anche il caldo. A fine aprile fa già caldo. Poi arriva maggio e fa caldo. Giugno, caldo. Luglio e agosto andiamo oltre i 40 gradi. Settembre? Caldo. Ottobre? Idem. Novembre, ecco forse a novembre la temperatura inizia a scendere e diventa più accettabile. Il problema è che dopo oltre 6 mesi di caldo torrido il tuo livello di sopportazione alla colonnina di mercurio che sale è sceso.
Che poi, personalmente, non è tanto il caldo il problema, il problema sono i colori. Il sole è così forte che tutto è sovraesposto. I palazzi bianchi, impossibili da guardare, riflettono la luce come specchi abbronzanti. E se esci dalla città tutto è giallo e bruciato e secco.
Tutti maledicono la pioggia, soprattutto a Cagliari.
Forse siamo troppo cittadini per ricordarci che è il cielo grigio, gonfio di pioggia, quello che colora i prati e che prepara i fiori all’esplosione di colori.
Belli i colori dei fiori, bello il verde dei prati, belle le fronde degli alberi mosse dal vento.
Bello il grigio plumbeo del cielo, belli i rumori del temporale.
Bello starsene sotto le coperte quando fuori piove.
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Chiaratiz
legge
“Senza uso di stupefacenti sostanze”
di
Baskerville