ecco il modulo per denunciare chi obietta sulla contraccezione d’emergenza:x medici http://bit.ly/x83E5T e farmacisti http://bit.ly/ylzjpC
Via: Adrianaaaaaaaa
Tra l’altro se un medico o un farmacista vi dice che la pillola del giorno dopo è abortiva o è in cattiva fede o è un cialtrone da cui non farsi curare nemmeno un raffreddore.
Osservavo le case cercando ossessivamente i segni della distruzione, ma tutto era troppo bello, e caloroso. Le finestre intatte, con i vetri, e dietro quei vetri la vita comoda e pacifica, in ordine: le lampadine al loro posto nei lampadari, le tendine colorate, i fiori sui davanzali… tutto questo mi sembrava orribile. Arrivata la sera la gente beveva il tè guardando la televisione, rideva alle battute idiote di qualche comico, ascoltava le canzoni pacate di cantanti conciati come alberi di Natale viventi… E intanto l’industria delle star clonava nuovi idoli, tutti volevano assomigliare ai personaggi famosi, diventare sposi eterni dell’intero Paese. I giovani facevano a gara a chi era più ignorante - perché l’ignoranza è una cosa che va sempre di moda -, gettandosi nelle discoteche a ballare in feste disperate che andavano avanti fino all’alba, sentendosi finalmente protagonisti di qualcosa. Se sei ricco puoi fare tutto, se sei bella devi sfruttare la tua bellezza per manipolare tutti: questa sembrava essere l’unica regola valida, insieme a una violenza immotivata, senza limiti, perché anche essere violenti va di moda. Il caos della guerra mi sembrava più ordinario e comprensibile della cosiddetta moralità della società pacifica. Ripensavo a tutti quelli che avevo visto morire nel nome della pace, e mi convincevo sempre più che questo tipo di pace non meritava di esistere: meglio il macello che avevo conosciuto, dove almeno sapevamo qual era la faccia del nemico e non potevamo sbagliarci, e tutto era semplice proprio come una pallottola. Invece ora ero stato restituito a una pace che mi permetteva di essere un consumatore delle bellezze dell’universo, convincendomi che erano state scelte apposta per me e anche prepagate: il cibo confezionato, il sesso interattivo, i finti orgasmi dopo i quali ti rimane addosso il disprezzo per te stesso e per il mondo.
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Quando ho visto al notiziario un servizio su un gruppo di nostri soldati morti di recente in uno scontro fra le montagne, durante un’operazione terroristica in Cecenia, senza pensarci ho afferrato un orologio da tavola e l’ho scagliato contro il televisore, spaccando lo schermo. La notizia dedicata ai nostri morti in guerra era stata montata dopo altri due servizi: uno sull’allevamento dei maiali nel sud della Russia, l’altro sulle giovani modelle che avevano vinto dei concorsi internazionali di bellezza ed erano pronte a conquistare il mondo, dando così un enorme contributo alla causa della Madre Russia. Sono rimasto seduto davanti al televisore rotto per tutta la notte, pensando a noi, che obbedienti come pecore al macello avevamo sacrificato le nostre vite in nome di un ideale di cui al resto del Paese non fregava niente. Mi sono alzato dalla poltrona quando ormai era mattino, e continuava a girarmi in testa una frase che mi aveva detto una volta un prigioniero arabo: «La nostra società non merita tutto l’impegno che noi mettiamo in questa guerra». Solo in quel momento ho capito quanto avesse ragione quello che io mi ostinavo a chiamare nemico.
Che già uno è stanco che è fine giornata ed è ancora qui, chino sulla scrivania, a dover scrivere degli appunti sulle correzioni ad una relazione per un Direttore (per altro non il suo!) che domani ha un incontro e non sa che dire, ecco dicevo uno già deve sopportare tutta sta roba ed in più gli tocca leggere nella relazione che “un équipe” (e già qui ci sarebbe da ridire: siamo in Italia? Ecco, allora usiamo squadra che di parole ne abbiamo in abbondanza!) dicevo gli tocca leggere “che verranno selezionate e addestrate per una settimana due equipe di 2 esperti…”.
Addestrate.
Che manco si usa più coi cani, addestrate.
Che adesso tu il cane mica lo addestri: lo educhi!
E questi cervelloni che redigono una relazione da milleMilaMiliardi di euro mi scrivono “persone addestrate”.
Ma “formate” faceva brutto?
Un giorno.
Ci diciamo spesso «Un giorno»
«Un giorno mi licenzierò e girerò il mondo in barca a vela»
Ci diciamo.
«Un giorno scriverò il libro che mi frulla nella testa da anni»
Ci diciamo.
Un giorno.
Che poi diventano due, tre, settimane, mesi.
Anni.
I genitori invecchiano, i figli crescono, e noi siamo ancora lì a fare il nostro compitino, a strisciare il badge la mattina, a ristrisciarlo in uscita la sera.
Schiavi.
Schiavi della società, del capo, del mutuo, della famiglia, dell’approvazione sociale.
Dei sogni degli altri.
Mentiamo a noi stessi, ché se siamo schiavi è solo della nostra paura. Paura dell’ignoto, paura dell’incertezza, paura del futuro.
Del futuro.
Com’è possibile avere paura di una cosa che non esiste?
E’ come dire che si ha paura degli asini volanti, dei vampiri, dell’ottava nota, dei mostri nell’armadio e di quelli sotto il letto. Che fan paura fino ai dieci-dodic’anni, poi cresciamo e smettiamo di temerli.
E ci ritroviamo a temere il futuro.
Manco fosse Godzilla.
Oggi volevo andare a giocare a basket.
E’ da ieri sera che mi dico:
“Se domani c’è bel tempo vado a giocare a basket”.
E’ da ieri sera che mi dico:
“Se domani c’è bel tempo, vado a fare la spesa al centro commerciale, compro una pompa, gonfio il pallone e vado a giocare a basket”.
E’ da ieri sera che mi ripeto che domani andrò a giocare a basket, facendo crescere a dismisura la mia voglia di canestro.
Stamane mi sono svegliato e c’era bel tempo. Che a Cagliari bel tempo vuol dire 15-16 gradi in tarda mattinata, se c’è il sole.
E stamane c’è il sole.
Così vado a fare colazione al Mc café del centro commerciale, faccio la spesa, compro la pompa.
Torno a casa.
Sistemo la spesa e mi preparo: maglietta della salute, t-shirt NYC, pantaloni bracaloni e felpa col cappuccio, tutto molto underground. Che se c’è bel tempo si gioca in maglietta sul campo da basket in riva al mare, che col sole lo vedi là sullo sfondo, tutto sberluccicante, mentre giochi.
E stamattina c’è il sole.
Prendo il cutter, apro la pompa, infilo l’ago nel pallone da basket, dopo averci sputato sopra per lubrificare la valvola, come m’ha insegnato mio padre, e prendo a pompare.
Il pallone non si gonfia.
Controllo l’attacco dell’ago, l’attacco della pompa, la valvola della palla: tutto ok.
Riprendo a pompare.
Il pallone riprende a non gonfiarsi.
Prendo in mano l’ago e mi si spezza in due: svelato l’arcano.
Guardo l’orologio: sono le 10.50 ed alle 12.30 volevo essere a casa per Juventus - Parma.
Ma ho troppo voglia di giocare a basket.
Così controllo le aperture straordinarie dell’ipermercato dietro casa: oggi chiuso.
Prendo le chiavi, la patente, il portafoglio, pallone e pompa e volo al centro commerciale in cui ho fatto la spesa stamane, a 15 km da casa.
Arrivo che son le 11.10.
Entro e chiedo ad un’addetta alle vendite dove sono gli aghi per gonfiare i palloni: “Se non sono in quello scaffale non sono ancora arrivati, sa lo stiamo allestendo in questi giorni il reparto sportivo. Ha già guardato in quello scaffale?”
Ovviamente sì.
Ovviamente niente aghi.
Controllo l’ora: 11.20 e sempre voglia di giocare a basket.
Mi viene in mente che all’interno del centro commerciale c’è un Cisalfa: parto a razzo verso l’obiettivo. Appena dentro chiedo ad uno dei ragazzi se vendono gli aghi per gonfiare i palloni.
“No, non li vediamo”.
Una martellata nei coglioni della mia voglia di canestro.
“Noi non li vendiamo: li regaliamo!”
Lo guardo con un sorriso che racchiude tutta la mia voglia.
“Grazie!” esclamo, mentre lo seguo nel reparto palloni. S’avvicina ad uno scatolone, prende un ago e me lo allunga.
“Grazie mille”.
“Figurati. Ricordati solo della nostra gentilezza la prossima volta che devi fare un acquisto sportivo”.
“Non mancherò!”
Esco dal negozio con l’ago infilato in bocca: felice.
Alle 11.35 sono in auto:
“Se mi muovo riesco a giocare 40’, abbondanti” penso. Prendo la pompa, faccio per avvitare l’ago: troppo piccolo.
“Ok, ho capito” urlo nella solitudine dell’abitacolo “oggi non devo giocare a basket!”
Incazzato ingrano la retro, poi la prima e scatto verso casa. Mentre guido mi viene in mente che il distributore automatico dove ho fatto benzina stamattina mette a disposizione dei clienti l’aria compressa.
Guardo l’orologio: 11.45, una mezz’ora di gioco.
Entro nella piazzola, parcheggio vicino alla colonnina dell’aria e, finalmente, riesco a gonfiare la palla.
Risalgo in auto e volo al campetto di Poetto, felice come solo un bimbo la mattina di Natale.
11.53 parcheggio.
E gioco.
Fino all’una.
E chissenefrega della Juve.
Ieri pomeriggio sono andato a fare la spesa. In un ipermercato, di quelli grandi grandi, dove i prezzi sono bassi e l’anonimato regna sovrano.
In fila alla cassa avevo davanti quattro o cinque persone. Tra passeggini e carrelli la fila era comunque abbastanza lunga da obbligarci a metterci orizzontali, nelle ultime posizioni, per consentire il flusso tra gli scaffali.
Alla mia sinistra s’infila una coppia di mezza età, un solo prodotto in mano.
Si avvicina un’altra coppia, a destra, e la signora di mezza età li informa che lei e suo marito sono gli ultimi.
La guardo.
Mi guarda.
“Avete solo quello, Signora? “
“Si’”
“Prego, passi pure”
“Ma no” quasi si difende, timida “non ce n’è bisogno”
“Veramente, passi” insisto “per un pezzo solo”.
“Beh, allora grazie”
“Ci mancherebbe: per così poco”
“Non è poco, non è poco per niente!” sottolinea decisa.
Questa sua risposta mi ha fatto riflettere, mi ha rattristato: quand’è successo che un piccolo gesto di cortesia e’ diventato molto?
Quando siamo finiti così in basso?
Che a fermarsi un attimo a pensarci, ai soprannomi, c’è di che rifletterci.
Non dico i soprannomi-lampo, quelli che dai alla vecchia che, facendo finta di niente, ti passa davanti nella fila alla posta, che l’avvento del numerino non le ha fatto perdere le buone abitudini. Non dico i soprannomi che ti danno per un futile motivo, momentaneo e passeggero, no, intendo i soprannomi veri, quelli che ti affibbiano da bambino e che ti porti dietro per tutta la vita.
Che poi passano gli anni ed uno cambia, ma i soprannomi restano.
Che se ci pensi, ai soprannomi, soprattutto ad alcuni soprannomi, c’è da ridere.
Prendi Paolone.
Per noi è sempre stato Paolone, bello rotondo nella sua tuta “Seb” blu con le bande laterali bianche, che l’Adidas c’ha creato un impero su quel design vintage.
Paolone era Paolone da sempre, da quando, nelle vacanze estive, si giocava a calcio tutto il giorno: partitella al mattino, partitella al pomeriggio, partitella nel tardo pomeriggio, partitella dopocena.
In strada.
Arrivava col suo Garelli verde inglese, col doppio portapacchi, quello dietro di serie e quello davanti montato dal padre per infilarci il giornale, che Paolone nel portapacchi davanti, quello aggiuntivo, c’infilava il pallone. Ma mica un SuperTele od un Tango: un pallone di cuoio! Che erano in pochi gli adolescenti ad avere un pallone di cuoio e noi lo guardavamo con invidia a Paolone ed al suo pallone di cuoio.
Anche perché il possesso del pallone era tutto. Significava reclamare un rigore inesistente perché “Se non me lo date non gioco più e porto via il pallone!”.
La nostra capacità di negoziare, di flettere come giunchi al vento, tanto utile durante gli anni universitari ed ancor di più in ambito lavorativo, si è sviluppata in quei momenti, su polverosi campetti d’oratorio, combattuti tra la voglia di continuare a giocare ed il senso di giustizia che “No, non è rigore!”.
Comunque andasse, concesso o non concesso, Paolone era Paolone.
Poi siamo cresciuti e Paolone è andato militare nell’Arma. E durante il servizio militare gli hanno trovato degli scompensi nel sangue che l’hanno costretto a mangiar la verdura, che Paolone la verdura non la voleva vedere nemmeno dipinta sui muri.
Come il sottoscritto.
Volente o nolente, Paolone ha iniziato a mangiare le sue belle carotine a la julienne, i cavolfiori, gli spinaci, tutta la valle dell’orto. E nel frattempo s’è pure dato allo sport: prima la palestra, poi il ciclismo. Così s’è asciugato, ha perso un bel po’ di taglie, s’è irrobustito nei punti giusti: è diventato un bel figurino.
Ma per noi è sempre Paolone.
E quando ti fermi a pensare a ‘ste cose, a come la vita cambi rimanendo per certi aspetti ironicamente uguale, c’è di che rifletterci.
E, riflettendoci, arrivi finalmente a capire perché uno degli amici ultrasettantenni di tuo padre sia da sempre “Al Biond”.
La vita è così.
Un attimo prima sei alle stelle, vai al massimo, tutto si sta allineando secondo lo schema che avevi in mente, lo schema a cui stai lavorando da anni.
Due settimane fa era tutto perfetto.
Ora non sai che fare.
Non sai che fare della tua vita, del tuo futuro, del tuo destino.
La vita è così.
Ma mentre, impantanato nel fango, cerchi di liberarti, ti accorgi che intorno a te ci sono numerosi fiori, appena sbocciati.
Splendidi.
Ché la vita è così, ma è nei momenti bui, in cui tutto sembra andare a rotoli, che capisci cosa conta davvero, chi ti è vicino.
Chi ti vuole bene.
Che ti arriva un SMS dal tuo migliore amico in cui ti dice che spera che tutto si sistemi ma che, comunque vada, a Pavia non hai solo la tua famiglia, hai anche un fratello acquisito.
Aggiorni su facebbok il tuo stato sentimentale, che sei tornato single, ed amici lontani si attivano, ti scrivono mail, ti offrono un orecchio via Skype.
E tu leggi questi SMS, leggi quest’email e non puoi fare altro che commuoverti, che essere felice di tutto questo, perché realizzi che chi sta veramente male sono altri che son soli, emarginati, malati, non tu che hai un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici.
Amici che son poco più delle dita d’una mano, ma che sono amici veri: ti aprono il loro cuore per uno sfogo, ti offrono il loro corpo per un abbraccio, ti ascoltano e ti capiscono.
E ti vogliono bene.
E così vai avanti, che la vita è anche questo, che hai perso l’amore, ma hai tanto bene intorno.
“Chi si ferma è perduto” mi diceva spesso mio padre quand’ancora vivevo a casa dei miei.
Forse lo diceva più a sé stesso, come carica per iniziare la giornata.
A distanza di anni, guardando a quello che ho fatto ed a quel che sto per fare, credo d’aver capito cosa intendesse.
L’ho capito dopo che mi sono trasferito da Milano a Cagliari, licenziandomi da un posto a tempo indeterminato, contro il parere di tutti.
L’importante in quel momento era muoversi. Sentivo che qualcosa non andava, che la mia vita non aveva senso, che non poteva essere tutto lì, ma non sapevo ancora cos’era.
Muoversi.
Agitare la sfera di vetro, scatenando una bufera di neve sull’irreale mondo interno.
Sul tuo mondo interno.
Quel che sentivo era una sensazione d’oppressione, faticavo quasi a respirare, come se un’enorme pietra si fosse materializzata sul mio petto, impedendogli d’espandersi.
Ma non capivo cos’era.
E mai l’avrei capito se fossi rimato lì, fermo, in attesa di capire.
Che a volte non è il caso di capire, non perché non ne valga la pena, semplicemente perché non e’ quello il momento: troppo distratto dal tuo disagio, troppo concentrato su come salvarti la pelle.
La risposta è muoversi, mescolare le carte, abbandonare tutto ciò che ti dà sicurezza: il lavoro, la tua città, la tua famiglia, quella d’origine, per inseguire qualcosa che ancor non sai cos’è.
Ma sai che c’è.
Questo e’ l’importante.
Questo è quello che ti spinge a muoverti, a metterti in gioco, scoprendo così chi sei realmente; scoprendo in te risorse che non pensavi d’avere, ma che erano li’, ricoperte da un leggero strato di neve.
Aspettavano.
Aspettavano la bufera che le avrebbe scoperte, aspettavano che prendessi in mano la boccetta della tua vita e la scuotessi forte.
Muovendoti.